«Se vi spacciano per valdostani vini per nulla acidi e sapidi, iniziate a sospettare!»

«Come faremo – inizia la serata di lunedì – a districarci tra le innumerevoli e inaspettate sfaccettature del territorio valdostano, tanto piccolo ma tanto ricco di vini e vigneti?». Una serata densa e ricca di sorprese orchestrata da Fabrizio Gallino, responsabile Slow Wine della Valle d’Aosta, che subito si fa perdonare dell’assenza di due produttori con un vino in degustazione in più.

Una terra così vicina ma così lontana, per troppo tempo associata solo alle montagne, gli sci, la fontina, i salumi, la battaglia della Rèina, la grolla dell’amicizia; tutte tipicità fondamentali certamente, ma che trascurano la lunga e ricca tradizione vitivinicola della valle.

Nella regione più piccola d’Italia la memoria enoica – e aggiungerei subito eroica – ha origini antichissime, pre-romane addirittura, e con un continuum nel tempo, dal medioevo all’età moderna, di altissima qualità produttiva al pari dei suoi “vicini di casa”, francesi e piemontesi.

Centrale durante l’incontro in Banca del Vino è stato il Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta di Lorenzo Francesco Gatta, 1838. All’epoca la valle aveva 4.000 ettari vitati e un considerevole numero di pregiati vitigni autoctoni. Poi i ghiacciai alpini al loro massimo storico e le colture che si abbassano di 500 metri, l’Unità d’Italia, i confini, l’emigrazione, la fillossera, la ferrovia e il conseguente arrivo di vini nettamente meno costosi. Un lungo elenco di fattori per cercare di capire come mai gli ettari siano oggi circa 450. In aumento, ma lentamente: pur essendoci la volontà, i nuovi impianti sono permessi solo nella misura dell’1% annuo.

Alcune informazioni imprescindibili da tenere bene a mente per addentrarsi negli assaggi: i particolari terreni di montagna in primis; e qui si allaccia il primo spunto di degustazione: «se vi spacciano per valdostani vini per nulla acidi e sapidi, iniziate a sospettare!»; la Dora Baltea poi, il fiume fonte di scherzosi – ma forse non troppo scherzosi – litigi e competizioni sulle zone migliori per la viticoltura tra l’adret ed l’envers, rispettivamente la sinistra e la destra orografica del fiume.

Ma non mi dilungherei ancora sulla presentazione, lasciando invece più spazio ai produttori e alle loro testimonianze sui vini e soprattutto sui vitigni protagonisti della serata.

Vallée d’Aoste Petite Arvine 2015 – Les Crêtes

Vitigno non propriamente autoctono, discende infatti da un più antico “cugino” del Canton Vallese; in territorio valdostano però si esprime benissimo. Costantino Charrere, uno degli assenti della serata ma di cui conosciamo tutti la storia e le idee avanguardistiche che hanno permesso ai vini di valle di farsi conoscere anche altrove, tira fuori perfettamente da questa piccola e delicata bacca bianca il carattere del territorio: la sapidità è molto accentuata, anche troppo salino per alcuni, con freschezza e acidità che aiutano il sorso.

Vallée d’Aoste Chambave Muscat 2015 – La Vrille

Muscat petit grain in purezza. Tante risate tra il pubblico quando Fabrizio lo definisce vino “trans”, epiteto estremo ma efficace: è femmina al naso e maschio in bocca. Chi si trova a visitare l’agriturismo di Hervé Deguillame, ci racconta lui stesso, rimane spiazzato quando gli viene proposto un moscato come vino da tutto pasto; e invece la spalla acida compensa perfettamente l’aromaticità e i sentori erbacei agevolano abbinamenti davvero imprevisti.

Vallée d’Aoste Majolet 2015 – Di Barrò

Un vitigno nobile, detto “dei signori”, ma molto sensibile e difficilmente vinificato in purezza. Sono molte le ricerche ampelografiche sul majolet e sembra essere addirittura capostipite di altri vitigni quale il fumin, ma non vi è ancora una selezione clonale sufficiente data la difficoltà di recuperare vigne vecchie. Colore leggero, profumi suadenti, speziati; in bocca appena meno delicato, per il tannino inaspettatamente incisivo.

Vallée d’Aoste Pinot noir 2014 – Elio Ottin

Un pinot noir, quello di Elio, che non vuole imitare nessuno ma esprimere al meglio il proprio terroir. Reputato difficile da coltivare altrove, in valle è perfettamente a suo agio: tanta ventilazione, estati calde e soleggiate. Coerente il paragone di un partecipante alla degustazione con la verticale di qualche settimana fa del Vigneto due Santi di Zonta: ancora una volta un vitigno internazionale sa esprimere bene le peculiarità del territorio.

Vallée d’Aoste Cornalin Vigne Rovettaz 2015 – Grosjean

Altra riscoperta del Gatta è un vitigno autoctono, un po’ selvaggio, difficile da domare ma di grande profondità e bellezza. Non ce n’è molta cultura perché storicamente era usato solo in assemblaggio. Caratteristiche particolari: vigneti pianeggianti ma mai a fondo valle perché sarebbe troppo bassa l’acidità. Nel bicchiere una fragranza incredibile, un tannino morbido e una piacevole mineralità. Molto intrigante. Una domanda a Vincent Grosjean: se anche il suo cornalin tende ad andare, come spesso accade, in riduzione. «Non da quando sono passato al biologico» risponde lui.

Da qui lo spunto per affrontare il discorso dell’approccio biologico e biodinamico in valle, dato che erano presenti fautori dell’uno e dell’altro metodo di lavoro. Facile? No di certo. Le vigne hanno bisogno di molto tempo, ancor più che altrove, per essere rieducate.

Vallée d’Aoste Donnas 2014 – Caves de Donnas

Una delle più caratteristiche immagini della viticultura eroica di montagna: Donnas e la topia con i peculiari pilun. Questo singolare allevamento a pergola con tutori di pietra ha permesso di far vegetare la vite anche dove di terra non ce n’è, di sfruttare al meglio e con intelligenza le risorse che il territorio offre: i muri e le rocce (e sotto la pergola, perché no, avere lo spazio per aglio, fave e patate). Un nebbiolo che in valle è chiamato picoutener o picotendro – piccolo e tenero – e storicamente veniva coltivato anche in alta quota dove dava un chiaretto molto pregiato. Un nebbiolo che parla patois: diverso dal piemontese e diverso anche da quello limitrofo di Carema. Anche se con questo c’è un continuum nella vinificazione si tratta proprio di un altro biotipo; cambiano poi il clima, il terreno. È un vino di montagna.

Vallée d’Aoste Fumin 2015 – Les Granges

Vignaiolo biodinamico simpaticamente definito “anarchico” dai colleghi, Gualtiero Crea ci racconta qualcosa di questo vitigno difficile e un po’ capriccioso. Abbastanza tardivo, molto sensibile alle variazioni del microclima, dalla buona predisposizione all’invecchiamento. Il suo approccio è naturale, lieviti spontanei, nessuna aggiunta di solforosa né chiarifica. Problema dei vini della valle di cui i produttori stessi si incolpano: sul mercato troppo presto. E questo Fumin di anni di evoluzione ne ha ancora molti davanti.

Dalla degustazione vien fuori un territorio che vuole far parlare di sé anche col vino e per questo siamo tutti invitati a prendere la statale (guai a imboccare l’autostrada, ci perderemmo gran parte della bellezza del viaggio) per andare direttamente in valle a guardare con i nostri occhi i bellissimi e difficilissimi territori con cui questi vigneron hanno a che fare e passare in azienda, anzi aziende, per tante altre affascinanti storie.

Ultima domanda della serata: «Ma con la fontina, quale vino sta bene?». La risposta è stata: «Forse intendevi: ma con le fontine, ne abbiamo tante, quali vini stanno bene, ne abbiamo altrettanti!».