Vermouth di Torino IGP: un po’ più di Piemonte proprio non si poteva?

Lo scorso 27 febbraio l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte ha trasmesso al MIPAAF – Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali – la bozza del disciplinare della nuova IGP del Vermouth di Torino.

Nella lettera di accompagnamento il dirigente sottolinea che il grado alcolico minimo non è stato deciso all’unanimità e che la Regione ha optato per le soluzioni avanzate dalla maggioranza, scegliendo un grado minimo di 16% e un massimo di 22%.

La questione del tenore alcolico è tutta legata all’export del prodotto: più la percentuale è alta e più si pagano accise, per cui la decisione di tenerla bassa sposta certamente degli equilibri aziendali ed influenza le strategie per il futuro di diversi produttori (o per lo meno della minoranza che, come si può desumere dalla lettera della Regione, esiste).

Ciò che però lascia ancora maggiori perplessità è la previsione di un Vermouth di Torino IGP Superiore, che troverebbe la propria “superiorità” nell’avere almeno un grado alcolico minimo in più (17%) e almeno il 50% di vino piemontese.

A parte qualche dubbio su una categoria premium in una IGP – che di norma invece è una categoria incompatibile con questo tipo di segmentazioni (mentre Riserve e Superiori fanno parte del corredo delle DOP) – la questione che sorge spontanea è se non sia davvero misera la richiesta di appena il 50% di vino piemontese nella base per parlare di un Torino IGP Superiore.

Ovviamente è ben noto il fatto che oggi il re dei vini da vermouth è il molto poco piemontese Trebbiano, apprezzato per prezzo medio e anche per neutralità aromatica. Altrettanto non ci sfugge che il Moscato – decantato anche nello stesso disciplinare come il vino storicamente principe di questa preparazione che ormai ha oltre due secoli – con il suo peculiare e spiccatissimo profilo olfattivo, poco si presta a essere domato dall’ingegno di chi pensa alle infusioni di spezie ed erbe ed alle loro proporzioni.

Tuttavia non mancano anche in Piemonte abbondanti vini bianchi non aromatici che ben avrebbero potuto concorrere a dare a questo disciplinare un carattere veramente piemontese, almeno nel momento in cui si parla di “Superiore”. Il primo riferimento è al Cortese, che da anni non gode certo di ottima salute commerciale, ma è prodotto di straordinario livello, di grande rapporto qualità/quantità e di indubbio, radicatissimo, legame con il territorio.

Ecco, forse dalla Regione ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più che un comprensibile sussiego verso la maggioranza, anche in considerazione delle figure che la maggioranza (anzi, in quel caso l’unanimità) sta facendo fare al Piemonte nella vicenda dell’Asti DOCG Secco.
Magari – accanto alla recezione delle indicazioni industriali riguardo a coloranti, dolcificanti e proporzioni di pianta essiccata per litro di vermouth – si sarebbe potuto tentare un contributo coraggioso, politicamente determinato e riconoscibile: chiedere che almeno quando lo si vorrà definire Superiore (se tale termine sarà approvato dal MIPAAF, cosa che non pare scontata) il Vermouth Torino IGP sia un vermouth piemontese al 100%.

 

 

 

  • Maurizio Gily

    shameless people