Il Vermentino Tuvaoes non ha età. Bere per credere

Nei libri antichi che parlano di Usini c’è scritto che è la terra dove si fa il vino buono. Ed è proprio il vino buono che mi ha portata qui, in questo paese dell’entroterra sardo dove la tradizione vinicola esiste da sempre. Ci troviamo a nord ovest, a una trentina di chilometri da Alghero e man mano che ci allontaniamo dalla città il paesaggio si fa sempre più verde e non si riesce a staccare lo sguardo dal finestrino. Dei 301 ettari di terreno coltivati a vigneto 114 sono di cagnulari e 118 di vermentino, siamo a 220 metri sul livello del mare e il suolo è prevalentemente calcareo argilloso.

A Usini lo scorso venerdì si sono festeggiate le 30 vendemmie del Tuvaoes, il Vermentino sardo prodotto dalla famiglia Cherchi. Giovanni Maria – chiamato da tutti affettuosamente Zio Billia – ha fondato l’azienda negli anni 70 ed è una figura importante in questa zona della Sardegna perché è stato colui che ha salvato il cagnulari, un vitigno autoctono a bacca rossa che altrimenti sarebbe scomparso. Oggi a continuare il lavoro di Zio Billia è il figlio Salvatore, affiancato dall’enologo Piero Cella.

La famiglia Cherchi è stata la prima a fare vino a Usini, produce circa 200000 bottiglie l’anno ed è la realtà vinicola più grande della zona. Le vigne sono a controspalliera con potatura a guyot e di queste, una piccola parte si trova di fronte alla cantina, mentre la maggior parte – circa 30 ettari – è dislocata nei dintorni. Il clima è caratterizzato da forti escursioni termiche e una brezza marina sempre presente che mantiene i vigneti ventilati.

Prima di iniziare, Gilberto Arru (giornalista ed enogastronomo) racconta che le prime annate del Vermentino Tuvaoes hanno scioccato perché era un vino totalmente diverso dai Vermentini conosciuti. Durante una degustazione alla cieca infatti, era stato scambiato per un Sauvignon. Questo sapore così particolare deriva dalla perfetta combinazione tra vitigno, territorio, fattori pedoclimatici e mano dell’uomo. I lieviti utilizzati sono selezionati neutri, in modo che il vino possa esprimere le peculiarità del territorio.

La curiosità di assaggiarlo è tanta. Si inizia la verticale: 15 annate in degustazione a partire dal 2016 fino ad arrivare al 1986, bottiglia che – ci raccontano – è stata recuperata dagli scaffali di casa Cherchi e che riporta in etichetta “Vino da tavola. Costa 4.980 lire”.

Guidati da Piero, la degustazione è una vera e propria altalena di emozioni, sapori e profumi che in qualche ora fa rivivere tutta la storia della cantina e del territorio che la circonda. Si passa dalle annate più giovani estremamente profumate, fini, eleganti, a quelle più vecchie dove il bouquet di profumi si fa più intenso e complesso e le durezze diventano un pilastro che sorreggono il vino rendendolo un grande bianco. Il filo conduttore tra tutte le annate è l’equilibrio acido che non è mai esuberante e l’autenticità che rispecchia completamente il territorio, ma soprattutto le persone che questo vino l’hanno fatto. Le annate da ricordare 2008, 2004, 1993 e 1986, farebbero ricredere chiunque sul fatto che il vermentino non sia un vino da invecchiamento.

L’ultimo vino in assaggio è il 30 vendemmie, un blend di 3 annate (2011, 2012 e 2013) nato per rendere omaggio al suo creatore, Giovanni “Billia” Cherchi e festeggiare il traguardo delle 30 vendemmie. All’olfatto è speziato, fresco ed esuberante, mentre al gusto la nota leggermente tannica gli conferisce carattere.

Dopo la degustazione, un aperitivo e un pranzo – corredato da un porceddu strepitoso – degni di una grande festa, si è conclusa la giornata con una tavola rotonda per approfondire il tema della longevità del Vermentino.

Tornata a casa, ripensando al viaggio, ho avuto la sensazione che a Usini il tempo si fosse fermato. È un luogo in cui si respira pace e tranquillità e dove anche il vino riesce a prendersi il suo tempo, acquistando una propria identità che diventa la sua forza e il suo tratto distintivo nel bicchiere.

Il vino qui non viene trattato come un mero bene di consumo, ma come fosse un membro della famiglia e, anche se solo per un giorno, di questa famiglia sono stata felicissima di averne fatto parte anche io.

 

Le mie note:

2016: profumatissimo, floreale, fruttato, dolce, un vino che ha bisogno ancora di un po’ di tempo di affinamento in bottiglia per esprimersi al meglio

2015: fine, elegante e minerale, presenta una buona acidità e freschezza

2014: più dolce rispetto alle annate precedenti, ricco e speziato

2013: molto minerale, sapido, si avverte leggeri cenni di idrocarburo

2010: in bocca sembra quasi un passito, presenta marcate note ossidative

2009: odore persistente, colore giallo quasi opaco

2008: limpido, brillante, profuma di fiori d’acacia, è così dolce che sembra di mangiare una gelatina alla frutta

2004: l’annata che ho preferito. Al naso sa di burro e al palato è morbido e avvolgente. Un vino che non si smetterebbe di bere.

2003 e 2002: evidenti le note ossidative

1996: al naso sembra un liquore, in bocca lascia un buon retrogusto di frutta secca tostata

1993: al naso si avverte la canfora, al palato è morbido, corposo e avvolgente

1988: odora di ruggine, ferro; il gusto è molto più piacevole della prima impressione al naso

1987: solo una parola: sapidità. Sia all’olfatto sia al gusto sembra di avere il mare dentro al bicchiere.

1986: un vino che non dimostra gli anni che ha. È freschissimo, balsamico e in bocca il sapore della menta è inconfondibile.