Uno spettro si aggira per l’Europa: è la Candy Generation

“Stiamo allevando un pubblico di futuri bevitori di vino dandogli delle caramelle: sarà la Candy Generation…”. Così mi si è rivolta qualche giorno fa una giornalista del Nord Europa, che lavora anche come consulente per alcuni importatori di vino di quelle parti del mondo.

Intendeva dire che le grandi partite di vino italiano che prendono la strada dei mercati esteri sono sempre più segnate da un tratto comune: frutto intenso al naso e avvertibile dolcezza di zuccheri aggiunti in bocca. Caramelle insomma…

E sempre più spesso è così anche se si rimane all’interno delle nostra mura domestiche e si analizzano le etichette più significative vendute nella GDO italiana.

Sono vini che molto spesso hanno residui zuccherini superiori ai 10 grammi per litro, limite di legge (in alcuni casi i disciplinari di produzione impongono residui minori) ma soprattutto limite della nostra percezione delle sensazioni dolci: oltre i 10 gr./lt le nostre papille cominciano ad avvertire in maniera netta la dolcezza dello zucchero.

Stiamo abituando soprattutto giovani generazioni di consumatori di vino – gli oramai famosi millenials – a bere vini tendenzialmente dolci o dolciastri. In sostanza li stiamo abituando a bere molto poco, in maniera molto limitata, perché è accertato che se da un lato i vini con decisi residui zuccherini piacciono immediatamente, soddisfacendo il gusto al primo sorso, dall’altro certamente “saziano” il palato molto prima di un vino secco e asciutto.

Converrà ai nostri produttori proporre vini che fanno bere di meno? Forse nell’immediato si, ma alla lunga credo proprio di no, anche se questa è la tendenza del momento.

Soluzioni? Non sembrano essercene, la tendenza è considerata da tutti nociva ma assolutamente imperante. Forse potrebbe tornare buona la teoria/provocazione del blister che avevo già proposto in passato (leggi qui il post per intero; in breve: metti in commercio vini secchi, apprezzati dai veri amanti e bevitori di vino, munendo ogni bottiglia di un blister di pasticchette di zucchero che ognuno può aggiungere e far sciogliere nel bicchiere a seconda dei propri gusti…).

Altra considerazione, a margine del discorso ma non marginale, è che non è facile “mettere in sicurezza” – rendere stabili in altri termini, evitare che rifermentino o che si modifichino in bottiglia – vini con tali residui zuccherini. E non è solo una questione di alzare la solforosa (che già di per se sarebbe un bel fatto negativo), perché da sola questa soluzione non basterebbe. Si tratta di aggiungere altri “conservanti”- in genere degli antifermentativi, come l’acido sorbico – leciti o meno leciti (come i vietatissimi antibiotici), per evitare che i vini si “muovano” in maniera indesiderata. Si tratta, in sostanza, di dopare in maniera sensibile questi vini.

Oppure di ritornare alla pastorizzazione, una pratica enologica industriale che ci riporterebbe al passato (andava tanto di moda negli anni Sessanta), che ti riconsegna un vino senza dubbio stabile in quanto sostanzialmente morto e sepolto (che pertanto da stecchito non si muoverà mai più…).

Vogliamo veramente consegnare tutto questo ai futuri giovani bevitori? Pensateci…

 

P.S. Ho evitato accuratamente di entrare nel discorso dietetico e salutista che riguarderebbe queste maggiori assunzioni di zucchero per il nostro organismo… magari un’altra volta!