Tom Shobbrook e qualcosa che dobbiamo imparare dall’Australia del vino

UnknownHo conosciuto Tom Shobbrook a Riecine, in Chianti Classico. Quando abitava in Italia, il giovane australiano era il braccio destro di Sean O’Callaghan, enologo e direttore della cantina di Gaiole in Chianti. Vedevo Tom sulla sua Fiat 500 rossa invidiandolo per quel senso di leggerezza e libertà che emanava. Tom aveva un sacco di idee e la sua curiosità lo conduceva a viaggiare e sperimentare.

 

Dopo sette vendemmie a Riecine, che sono sette anni in Toscana, Tom tornò a casa in Australia con molte incognite ma con una passione ormai viscerale per fare vino. Quando nel 2007 lo andai a trovare,  era in vendemmia a Rockford in Barossa, progettava il suo vino nelle vigne di proprietà e pensava a come far arrivare in Australia la sua 500.

 

L’altra settimana Tom è tornato in Chianti Classico, dal 2008 avevo perso le sue tracce, restii entrambi ai contatti virtuali. Era stato a Raw, una delle fiere londinesi dedicate agli artisans wine, dato che i suoi vino sono da poco distribuiti in Inghilterra. Nel 2011 ha vinto il Gourmet Traveller Young Australian Winemaker of the Year come miglior enologo emergente oltre alla Max Allen’s wine medal assegnata ai nuovi talenti del vino. Le sue bottiglie stanno contribuendo ad approfondire un discorso sull’Australia enologica per troppo tempo legato agli stereotipi del vino industriale.

 

images shorbrookL’enologia di Tom è passione, energia e curiosità. Le sue sperimentazioni enologiche sono accomunate da un minimo intervento in cantina nell’intento di lasciar esprimere il più possibile il carattere dell’uva e delle vendemmia. Dal 2009 in poi, anche grazie alle recensioni di Jancis Robinson e Alice Feiring, Shobbrook si è potuta ritagliare un piccolo ma importante spazio nel cosiddetto movimento dei vini artigianali.

 

L’aspetto che più mi ha colpito della fulminante carriera di Tom è come creatività e talento siano emersi in un contesto produttivo poliedrico e vasto quale quello australiano. Nutrivo una diffidenza da ancien régime sull’indipendenza di cui i vignaioli godono in Australia, in un sistema nel quale la responsabilità individuale è anteposta a regole, disciplinari e burocrazia. Un sistema che non chiede una marca da bollo o una certificazione per ogni singolo movimento di uva ma lascia al vignaiolo ampia autonomia decisionale. 

 

Il mio amico australiano ha piantato syrah, nebbiolo, mourvèdre. pignolo, sangiovese, sauvignon e chissà che altro. Tra le sue mille vinificazioni spunta anche un vino realizzato con la flor. Ma Tom compra anche uva e vino e cerca collaborazioni con altri vignaioli, provando sempre a mischiare le carte in tavola, per vedere cosa succede. Un dinamismo enologico quasi antropologico che scombina la rigida filiera vigna, cantina, vino nel quale fissiamo la qualità viticola europea.

 

Eppure l’ansia di stabilire gerarchie, differenze,  o attestati di maggiore nobiltà di un’enologia rispetto a un’altra perde molto del suo significato una volta avuto a che fare con la gioia della viticoltura praticata con dedizione, leggerezza e voglia di contaminazione culturale.