Ti racconto tutti gli aromi del vino: a cosa serve? a nulla…

Da tempo circolano App che dovrebbero aiutare a riconoscere i profumi di un vino. Ovviamente non sono programmi interattivi, perché gli smartphone che possediamo non sono ancora muniti della funzione “odorato”. Funzionano quindi in maniera molto semplice: digiti il nome di un vino e ti appare la gamma dei profumi che dovrebbe esprimere.

app profumi 1Tra le App maggiormente scaricate ce n’è una che si chiama Aromi dei Vini, che funziona esattamente come detto sopra: scrivi, per esempio, Amarone della Valpolicella e ti appare un bicchiere che contiene non vino ma gli elementi di cui dovresti percepire l’odore: frutta, fiori, erbe, spezie, ecc. ecc.. Più in basso c’è anche l’elenco scritto dei descrittori, casomai tu non sapessi che quello strano bastoncino che esce dal bicchiere è in realtà una stecca di vaniglia…

Bene, a cosa serve questa App? Per me assolutamente a nulla!

Riconoscere i profumi di un vino è – come ripeto spesso ai corsi Master of Food che si organizzano in ogni parte d’Italia (leggi qui per saperne di più) – un buonissimo esercizio di memoria olfattiva che andrebbe coltivato tutti i giorni, non solo con il vino ma anche con il cibo e con qualunque altra cosa, ma di per sé non serve a nulla.

Riconoscere i profumi di un vino non ha nessun valore, al fine di valutarne la qualità, se non hai presente la “santissima triade” – ovvero terreno, clima e vitigno -da cui quel vino proviene. Serve solo a fare bella figura al bar con gli amici o durante una ripresa televisiva – che in sostanza è una sorta di bar allargato – o ad allungare la broda del testo di uno dei tanti post di Facebook.

iphone-aromi-darkMa se terreno, clima e vitigno – ovvero gli elementi naturali all’origine di un vino, chiamatelo pure terroir se volete… – trovano massima espressione nel vino che stai assaggiando allora in genere ti trovi davanti un’originalità di aromi davvero imponente, che esula da qualsiasi facile e standardizzante abbreviazione.

Ma soprattutto questo vino – in particolare quello che è piena espressione di un territorio, che è figlio di una viticoltura artigianale non standardizzata, che è (azzardo un termine nuovo, mai sentito finora…) “naturale” – si esprime senza dubbio con aromi originali ma è soprattutto in bocca che segna la differenza rispetto a vini più omologati.

E la differenza in bocca non è in ordine ai 4 canonici gusti “dolce-acido-salato-amaro”, ma sono ben altri i parametri che si dovrebbero prendere in considerazione: tessitura, tensione, energia, incisività, profondità e – ultima ma non ultima -propensione alla tavola (mi verrebbe da usare il termine “pasteggiabilità”, ma ci devo ancora pensare un momento prima di utilizzarlo ufficialmente per la prima volta).

Insomma è in bocca che i “vini buoni” segnano la differenza, con gli ovvi ritorni aromatici che completano il palato. Ritornare a descrivere un vino ricorrendo a una rosa ampia di riconoscimenti olfattivi, oltretutto standardizzati per grandi categorie, mi sembra un passo indietro, orientato verso un apprendimento scolastico che non tiene conto di un elemento fondamentale che il vino veicola – nel bene e nel male, inducendone la presenza o, purtroppo, l’assenza – ad ogni assaggio: l’emozione.

E casomai, dopo l’emozione, un ragionamento, ma mai una banale semplificazione.