Imprigionati dalla rete

images-1Il vaso di Pandora scoperchiato da Edwars Snowden, definito Datagate, è uno dei più pesanti scandali mondiali degli ultimi tempi. Il controllo e la manipolazione delle informazioni riguardanti i cittadini con la conseguente violazione della privacy è una faccenda seria che dovrebbe far riflettere sui mezzi digitali che ormai usiamo come giocattoli innocui.

 

Siamo sotto osservazione, questo è sicuro, magari nemmeno per fini così utili come la difesa nazionale. I nostri gusti, le nostre scelte, dal cinema alla gastronomia, sono oggetto di studio e di ricerca, per catalogarci, metterci in una casella, controllarci meglio e alla fine limitare la libertà di scelta. Le preferenze espresse attraverso gli smartphone, i computer e anche le macchine fotografiche digitali generano metadati che possono essere stivati in chissà quale memoria.

 

Prima di buttarmi definitivamente nella società irreale vorrei avere la garanzia di non essere dissezionato in un vaso elettronico riempito di formalina digitalizzata, pronto per il miglior uso da parte di chi detiene le regole del gioco, istituzione o multinazionale che sia.

 

UnknownUn anno fa esatto sono uscito da facebook e non ne sento la mancanza. Dopo aver raggiunto, se non ricordo male, circa 500 amici ero tempestato da foto di degustazioni, foto di bottiglie, foto di appassionati con produttori, foto di vigne, interminabili commenti sulle sfumature di un bicchiere di Tavernello con l’ansia di puntualizzare ogni minima virgola e la voglia di affermare le proprie idee nel bar virtuale.  Gli argomenti, sbranati e fatti a brandelli, hanno una caducità incredibile, soppiantati all’aggiornamento successivo. Troppo veloce per me che non possiedo un metabolismo dei pensieri e dell’emozioni così immediato. Immagino che Twitter, Instagram e chissà che altro funzioni più o meno così: un domino di aggiornamenti del quale si può perdere il significato originario ma non la traccia di chi ha partecipato alla discussione.

 

Non si tratta di condividere, con più o meno convinzione, una passione, ma di credersi soggetti attivi di una manifestazione di presunta libertà quando invece siamo sotto osservazione nei nostri comportamenti sociali.

 

Leggo i blog e gli approfondimenti virtuali con grande attenzione e li ritengo fondamentali alla polifonia delle opinioni, ma trovo l’universo dei social network una finta dichiarazione di indipendenza alla fine di una rivoluzione ad uso esclusivo di chi ha una connessione veloce.

 

In copertina: graffito di Banksy

  • Fabio Giavedoni

    bravo fabio