Sulla “battaglia” del Prosecco il Corriere della Sera è stato semplicistico

Nella mattina di ieri (leggi qui), una delle più note penne del giornalismo italiano, Gianantonio Stella, ha posato il suo sguardo su una questione che personalmente mi sta molto a cuore.

Il tema è quello del successo travolgente del Prosecco: l’aggettivo non è casuale, perché, come lo stesso Stella osserva, ad essere travolte sono in effetti altre colture, diverse dalla glera, fra il fiume Adige e la Slovenia (se mi è permessa la geografia romanzata). Dal mais, alle mele, dai prati stabili ai vitigni storici del Friuli, tutto può cambiare in favore dell’uva idonea a produrre Prosecco DOC.

La trattazione di Stella, però, mi ha fatto sorgere forte un dubbio: “Is Gianantonio the new Milena?”, con riferimento voluto alle trasmissioni taglia e cuci di Report, dove la verità, già nota al giornalista prima ancora di posare il piede sul campo, diventa oggetto di un puzzle di interventi opportunamente suscitati, adattati, selezionati e montati.

Eh sì, perché trattare in quindici righe il tema viticolo italiano del momento (e verosimilmente non del futuro, visto che il Pinot Grigio getta ormai la sua ombra competitiva sugli stessi areali, senza che Stella ne faccia anche solo menzione), riducendolo a egemonia di un vitigno, nelle mani di mega gruppi industriali, contrastati solo da piccoli vignaioli guidati dalla fiera Giovanna d’Arco Matilde Poggi da Bardolino, sa proprio di verità confezionata ad arte.

E che la confezione sia ad arte lo dimostra, innanzitutto, il fatto che i numeri menzionati da Stella, nella più rigorosa applicazione della moderna retorica economicista (se ci sono i numeri, non si discute!), sono in realtà ad usum delphini. L’autore, infatti, sciorinando dati che vengono da una ricerca, ma sono presentati some assoluti, tende a presentare il Prosecco come un prodotto di infimo valore, in cui la bottiglia e il tappo valgono più del vino che contengono. Un artificio piuttosto frusto, buono al massimo per una boutade.
In realtà, nell’ambito di produzioni che superano ampiamente il milione di bottiglie, i costi di packaging e imbottigliamento tout court si riducono sensibilmente, com’è ovvio, rendendo possibile e comunque remunerativo produrre, esportare e vendere Prosecco DOC.

In realtà, lo scopo di Stella è presentare due fronti che si scontrano: da una lato i vignaioli indipendenti FIVI, Slowfood (i piccoli, gli appassionati ma anche i fighetti) e dall’altro il Consorzio del Prosecco DOC (i grossi, gli industriali, ma anche i cattivi per cui contano solo i numeri). Come un organizzatore di un incontro fra galli, Stella mette le lamette sugli speroni, poi guarda i pennuti azzuffarsi e incassa le scommesse.

Per confronto diretto con le parti, oltre che per conoscenza diretta di Matilde Poggi, Luca Ferraro, Stefano Zanette, Fabio Giavedoni, conosco bene l’articolazione che ha avuto il loro pensiero esposto al giornalista e per questo non posso condividere serenamente il contenuto e lo stile di quell’articolo.

Il tema dello sviluppo territoriale connesso al Prosecco merita ben altra profondità e ampiezza di trattazione, un’analisi che deve essere guidata da competenze di studiosi che abbiano casa all’università e non lasciata al taglia e cuci di chi, legittimamente, deve contribuire a far vendere il proprio giornale.

I temi sul tavolo, infatti, sono molti e diversi, ma soprattutto non adatti alla contrapposizione narrativa:

  • Come si concilia l’agricoltura del Nord Est, che siamo abituati a conoscere come variegata, con la libertà di impresa degli agricoltori che con il mais, la Ribolla o le mele Red Chief non sanno se avranno un guadagno a Natale, mentre se producono e vendono Glera, sono certi del reddito?
  • Come si incrementa il valore a bottiglia del Prosecco in modo strutturale e globale, affinché i livelli di remunerazione delle uve rimangano alti negli anni e il reddito non sia garantito agli agricoltori dallo sfruttamento del lavoro, dall’aumento delle superfici o dall’aumento delle rese, conseguenza magari di pratiche agronomiche poco sostenibili?
  • Come si costruisce una segmentazione dell’offerta Prosecco, che non sia solo basata sui diversi tenori zuccherini residui, ma consenta una moltiplicazione dei prezzi capace di incontrare e convincere nuovi consumatori?
  • Come si proteggono efficacemente i viticoltori del Nord-Est dalla concorrenza sleale rappresentata da chi, truffaldinamente, usa uve diverse da quelle della denominazione di origine per produrre Prosecco DOC?
  • Come si concilia il diritto di chi vive nell’intensamente (e disordinatamente) urbanizzato Nord-Est con i molteplici interventi di difesa antiparassitaria attiva che la glera richiede per essere perfettamente sana al momento della raccolta e della pressatura?

Nella FIVI guidata da Matilde Poggi ci sono molto ottimi produttori di Prosecco, sia delle due DOCG che della DOC. Nella cooperativa presieduta da Stefano Zanette, ci sono molti viticoltori coscienziosi, attenti e legati alla propria terra. Far scontrare questi mondi per un obbiettivo di corto respiro, come le vendite in edicola, è irrispettoso e, per il Paese, decisamente deleterio.

Dove c’è scontro non c’è mai confronto e noi, che amiamo il vino, di quest’ultimo abbiamo un disperato bisogno. Al riparo dai frizzi e dagli anatemi, di qualsivoglia tribuno.

  • Francesca Fiocchi

    Concordo su tutto. Tranne sul “taglia e cuci” della Gabanelli, una giornalista e una donna in gamba. Ridurre Report a un “taglia e cuci” è semplicistico e non coglie l anima di una delle trasmissioni d inchiesta fatte meglio negli ultimi anni. Un saluto

    • Hélder Pessoa Câmara

      …. anche io ….. concordo su tutto, tranne sul “taglia e cuci” della Gabanelli