Sui Barolo Boys la poesia lasci spazio ai freddi numeri

1280x720Ritorno nuovamente su Barolo Boys, il documentario firmato da Tiziano Gaia e Paolo Casalis, non tanto per celebrare il premio consegnato ieri dal Torino Film Festival a questa opera, piuttosto per commentare le critiche che mi sono giunte da Franco Ziliani e Federico Ferrero su Intravino riguardo alla mia brevissima dichiarazione ripresa nel film. Proprio quest’ultimo scrive: “trovo invece clamoroso che il curatore delle guide Slow Food di oggi, Giancarlo Gariglio, lasci il segno in Barolo Boys con l’uscita, con convinzione pari alla smemoratezza, secondo cui «la critica è andata pazza per questi vini», mentre «in precedenza c’erano pochi Barolo interessanti». Qui, sì, avrei inserito dieci secondi di coscienza storica di Maria Teresa Mascarello: avrebbe ricordato al giovine i Barolo di casa sua e quelli di Pio Cesare, Franco Fiorina, Vietti, dei Marchesi di Barolo, i due Rinaldi, i baroli di Lorenzo Tablino per Fontanafredda; oppure quelli di Brezza, Barale, Cappellano, e magari, chissà, quel Cerequio di Marengo e Marenda. Forse Gariglio intendeva dire che i microproduttori di Barolo erano pochi, ma questa è un’altra storia”.

Chi mi conosce sa che sono una persona smemorata… Però ho anche avuto la fortuna di laurearmi in Economia e Commercio a Torino con una tesi in Storia dell’Industria che trattava, guarda caso, del distretto enoturistico albese. Ebbene, grazie a questa esperienza di ricerca sono riuscito a raccogliere i pochi dati disponibili, visto che gli archivi in questo senso fanno proprio pena, e posso elencarveli di seguito, giusto per farvi capire come le parole pronunciate da me in Barolo Boys abbiano riscontri oggettivi nei numeri.

Intanto Federico Ferrero cita 10 aziende nel suo scritto, cerco di essere positivo e gli concedo il triplo di cantine (visto che si dimentica i vari Conterno), per arrivare a un numero di 30 Barolo che negli anni Settanta fossero di alto livello. Ora questo numero io lo posso moltiplicare almeno per 6/7 volte e mi sento tranquillo. A me, quindi, 30 rispetto a 180 paiono pochini. Poi vorrei snocciolare alcuni dati: nel 1968, anno di introduzione della doc sia per il Barolo che per il Barbaresco, le imprese (viticole) iscritte all’Albo vigneti erano 924 per il primo vino e 251 per il secondo (gli ettari vitati erano rispettivamente 644 e 190) (cciaa di Cuneo, 2000, pp. 14-15), mentre gli imbottigliatori non superavano la trentina.

Una crescita decisa degli ettari vitati si ebbe unicamente tra il 1967 e il 1974 (per il Barolo da 644 ha ad 1.061, per il Barbaresco da 190 a 441 ha), mentre tra il 1975 e il 1998 gli ettari vitati crebbero solamente del 13% per il primo (da 1.076 a 1.249) e appena del 2,5% per il secondo (da 468 a 480) (cciaa di Cuneo, 2000, pp. 12-13).

Se si va a studiare la serie storica dei prezzi assunti dal Barolo di una cantina storica come quella dei Cavallotto di Castiglione Falletto dal 1962 ad oggi, si può notare come in principio il prezzo reale (depurato dall’influenza dell’inflazione) di una bottiglia si aggirasse sulle 8.500 lire, per salire nel 1970 a 12.729 e per mantenersi pressoché invariato fino al 1994 (13.925 lire). Dal 1994 ad oggi il prezzo per l’acquisto di una bottiglia di Barolo è quasi triplicato raggiungendo nel 2000 il valore di 36.000 lire. L’annata 2010 è venduta a 31 euro (se si rivalutano i 36.000 lire del 2000 si arriva a 23 euro circa). Le medesime conclusioni si traggono anche considerando i prodotti di una cantina più giovane, ma che ha conseguito grandi consensi di critica, come quella di Domenico Clerico: il suo primo Barolo venne commercializzato nel 1983 al prezzo reale di 17.935 lire. Fino al 1991 (20.223 lire) le sue bottiglie mantengono un valore abbastanza costante, dall’anno seguente e soprattutto dal 1994 in poi il prezzo del Barolo di Clerico cresce in modo deciso e costante fino a raggiungere le 54.000 lire del 2001 per l’annata 1997. Ora è a 61 euro.

Cosa è accaduto nel 1994?

Semplice Robert Parker pubblicò un certo articolino sulla sua rivista, rispetto all’annata 1990 che fece esplodere il valore del Barolo.

Il pezzo di Federico Ferrero mi è piaciuto molto, scritto con trasporto e bravura, ma questi sono i freddi numeri, quelli che ci dicono come il giro di affari del Barolo sia cresciuto in maniera esponenziale, come le bottiglie prodotte siano triplicate, come gli imbottigliatori tra il 1980 e il 2000 siano decuplicati, ecc… Infine, come l’influsso dei giornalisti americani e in parte minore di quelli nostrani, abbiano determinato un aumento incredibile e non prevedibile delle esportazioni.

 

Per chi fosse interessato, un estratto della mia tesi di laurea è stato pubblicato sul volume X ( 2003) della rivista scientifica Sviluppo Locale edita da Rosenberg & Sellier (pag 219-245).