Storie di Terra: l’alberello di Biancolella a Ischia

«Dalla cantina o dalla terra?», chiede, «Da dove vuoi incominciare?».

«Dalla terra», rispondo d’istinto.

Così saliamo in macchina e da Campagnano, località nel comune d’Ischia, accompagnati da Nicola Mazzella intraprendiamo un viaggio in realtà iniziato ancor prima e per mare. Sì, perché Ischia è una delle due isole poste nel Golfo di Pozzuoli, definite semplicisticamente flegree.

Diretti alle terre in cui dimorano i vigneti da cui la famiglia Mazzella attinge le uve per alcuni dei propri vini, imbocchiamo la via che si snoda a lato della chiesa di Santa Maria Annunziata, percorrendo impervie e tornanti salite per buona parte asfaltate. L’occhio di chi, per la prima volta, va per questo sentiero sarà troppo occupato a perdersi nell’intricato profilo della terra posta a nord del Golfo di Napoli, piuttosto che osservare la strada davanti scivolare velocemente.

Arrivati sul belvedere, ci si accorge che è la terra a dar forma all’acqua, non contenendola ma emergendo, rompendo così la coerente linea retta dell’orizzonte. Lo squarcio non disturba l’occhio di chi osserva, lasciandolo ammirato a guardare Vivara, unita a Procida da un ponte, Capo Miseno tagliare l’acqua quasi come fosse la prua di una nave da battaglia, e, nelle limpide giornate, facendolo spingere fino a Punta Campanella, passando per il Vesuvio.

La strada diviene sterrata. È a piedi che ci incamminiamo in quella parte d’isola posta a 325 metri sul livello del mare, chiamata Piano Liguori, che da Punta del Lume arriva a Punta San Pancrazio. Case rurali diroccate, vigneti e orti, scampati all’invasione turistica, dominano il paesaggio in uno scenario d’incanto a picco sul mare. Declivi in alcuni casi tanto scoscesi da non far credere possibile la presenza umana. Le nude pareti degli angusti sentieri non lasciano dubbio sulla natura della terra. È vulcanica, di cui le falesie conservano memoria delle eruzioni succedute nel corso dei secoli.

Sulle due punte, dove si scende e si sale attraversando sentieri accessibili soltanto a piedi, viti di Biancolella, allevate ad alberello, orgogliose sfidano il vento proveniente dal mare. Si inarcano a destra o a sinistra, in avanti o indietro, tenendo un tempo mai uguale, che pensi essere stonato a prima vista ma che, invece, produce un armonico movimento. La sapienza contadina lega ogni vite verticalmente a un palo di castagno e orizzontalmente ad un altro posto circa ad un metro e trenta dal suolo.

L’innesto è fatto su piede americano, nonostante le viti siano sulla terraferma flegrea a piede franco. A Ischia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento – dove non è mai arrivata la fillossera e l’oidio – è giunta invece l’euforica apertura al turismo di massa che ha fatto perdere agli isolani l’attaccamento al bene da sempre più prezioso: la Terra.

In questa parte d’isola non sempre è possibile portare sopra le uve raccolte, e quindi la vendemmia si fa in loco, in cantine ricavate da spelonche scavate nel lapillo. Il mosto, caricato su barche sistemate a livello del mare, attraccherà poi a Ischia Porto e da lì andrà in cantina. Gradualmente l’alberello sta cedendo il posto alla vite allevata a guyot, ottimizzando la qualità in una terra faticosa da lavorare, profumata di mare e di macchia mediterranea, punteggiata di gelsi neri e dove si producono i fagioli zampognari.

Andiamo in cantina. Nicola versa il vino nel bicchiere e io ripenso alla coppa di Nestore vista poco prima al museo isolano. A Pithekoussai o Pithecusae, in greco Πιθηκούσσαι, la vite arrivò per la prima volta in occidente.

 

 

 

 

 

 

 

  • monica raspi

    Bei ricordi, profumi, pace, gioia per occhi, cuore, palato. Grazie di questa bella immagine, e grazie anche a Nestore che deve aver visto quanto questa terra sia meravigliosa se ben coltivata, e che freschezza i suoi vini…