Il “paradosso dell’enofighetto” tutto cantina e niente vigna…

Nell’introduzione a Slow Wine 2015 io e Giancarlo Gariglio abbiamo, tra le altre cose, scritto questo: « … con l’edizione 2015 in numero delle aziende biologiche in guida è salito a 590 (erano 450 nella prima edizione, ndr), quasi una ogni tre tra quelle recensite. Una crescita incredibile, che attraversa tutta la penisola … Il fenomeno ha imposto un cambio di prospettiva ai vignaioli, che hanno definitivamente spostato l’attenzione dalla cantina alla vigna, vera protagonista della rivoluzione verde. Lo abbiamo osservato durante le visite in azienda: nel 2011, quando chiedevamo ai produttori di farci vedere i filari prima delle botti o delle vasche, ci guardavano un po’ disorientati. Ora ce lo ricordano loro con un’espressione che sembra voler dire: “allora, che aspettiamo ad andare in vigna?” …».

imagesRibadiamo il concetto: con i produttori di vino – tutti, non solo quelli “naturali” o bio – si parla sempre più di vigna, di terra, di quello che succede nel vigneto, dei problemi che ci sono stati in quest’ultima brutta estate o dei progetti che li vedono impegnati nelle loro campagne. Di cantina – di pratiche enologiche, di tecnologie adottate, di quello che fanno o che non fanno al loro vino – si parla sempre meno, e comunque sempre DOPO aver parlato della vigna. Siamo molto contenti di questo atteggiamento, e lo condividiamo molto volentieri con i vignaioli.

Riscontriamo però che questo fondamentale “spostamento di attenzione” dalla cantina alla vigna non è stato assunto in maniera così evidente e generalizzata dai consumatori, soprattutto da quelli che sulla carta dovrebbero essere più sensibili a questi argomenti; intendo quegli appassionati di vino che sono assidui frequentatori delle manifestazioni dedicate ai vini dei vignaioli, ai vini naturali, ai vini di territorio et similia … .

MercatoFIVIDurante queste manifestazioni – l’ho riscontrato anche qualche giorno fa al Mercato della Fivi a Piacenza – le domande che ricorrono maggiormente tra i banchetti dei produttori, rivolte dal consumatore/frequentatore al vignaiolo, sono queste:

1 – lei usa lieviti selezionati?

2 – lei utilizza la solforosa?

3 – lei filtra il vino?

4 – lei fa macerazione sulle bucce (per i bianchi)?

Di recente si è anche aggiunta una quinta domanda: lei ha mai provato a vinificare in anfore di terracotta?

Domande legittime e curiose, interessanti, ma che per l’ennesima volta si riferiscono alle pratiche di cantina, ai “tecnicismi” enologici, e non alle pratiche agricole e alle modalità di gestione del vigneto.

Un paradosso enorme: sei lì, davanti a un vignaiolo che opera virtuosamente in vigna, che pone tutta la sua attenzione e le sue energie nel praticare una viticoltura sempre più attenta e sostenibile, e che fai? … gli chiedi cosa fa in cantina! Ma no!

UnknownCapisco che sono domande “di moda”, capisco anche che è più facile dire due “monate” sulla solforosa invece che discutere seriamente sui rimedi naturali contro l’oidio, ma dedicare un po’ di studio e un po’ di attenzione sulle questioni di vigna dovrebbe essere una propensione “naturale” per chi vuole, giustamente, bere solo vini il più possibile naturali …

Forse è giunto il momento che anche i consumatori adottino fino in fondo questo “spostamento di attenzione” dalla cantina alla vigna, che comincino a capire qualcosa di più di viticoltura e di gestione di un vigneto.

E che facciano domande su questi aspetti al vignaiolo che sta loro di fronte. A noi tutti quindi (e intendo non solo a noi di Slow Food) il compito di aiutarli, istruirli, accompagnarli in questo percorso. Altrimenti il paradosso continuerà a imperversare …