I sommersi e i salvati: perché alcuni vitigni sono “sfigati” e altri hanno successo?

chiuso_per_sfiga-300x225Ho partecipato due giorni fa a Quelli che… il Freisa ad Asti. Una degustazione di 28 vini realizzati con l’omonimo vitigno, un incontro ottimamente organizzato da Domenico Capello de La Montagnetta. Sono intervenuti tra gli altri il professor Vincenzo Gerbi. Non sto qui a raccontarvi tutti i vini assaggiati, perché rischio di tediarvi. Piuttosto mi piacerebbe riflettere sulle fortune e sfortune di alcune varietà e di taluni territori.

Degustando le Freise – al tal proposito mi vengono in mente quelle di Vajra, di Coppo, di Borgogno, di Cascina Gilli, di Tenuta Santa Caterina e della Montagnetta – una domanda mi è sorta spontanea. Perché sto benedetto vino non va? Perché si fa una fatica tremenda a venderlo e perché sempre più vignaioli lo stanno abbandonando a favore di altre tipologie (vedi ad esempio il nebbiolo) che in questo momento funzionano di più. È indubbiamente vero che il vitigno in questione sia scorbutico dal punto di vista agronomico ed enologico, come ha sottolineato Maurizio Gily durante il suo intervento, ma penso che la qualità nel bicchiere di almeno 10/15 campioni fosse indubbia e potesse rivaleggiare con alcuni dei migliori vini piemontesi. Eppure, eppure, le facce dei vignaioli (anche di quelli molto bravi) erano piuttosto sconsolate e dubbiose sul futuro di questo vino.

Sono fenomeni che non mi so francamente spiegare fino in fondo, che vanno oltre al bicchiere che si ha di fronte. Indubbiamente esistono varietà super, che giustamente in Italia stanno vivendo momenti di gloria. Però ci sono anche altri vitigni che vanno bene, ma sono inferiori a un dolcetto o una freisa, tanto per chiamare in causa un altro malato grave delle nostre colline piemontesi. I gusti dei consumatori, nazionali e internazionali, da cosa sono mossi? Probabilmente spesso e volentieri i vini che piacciono a degustatori di professione non sfondano sul mercato perché non sono così immediati e di facile approccio. Oggi vanno di moda le dolcezze e i tannini rigidi non incontrano i favori del pubblico normale.

I vignaioli hanno chiesto a me e altri giornalisti presenti una formula per uscire dalla crisi. Come ho detto a loro, se ce l’avessi farei un altro mestiere, l’unica soluzione per i territori che in questo momento sono in sofferenza è quella di tenere duro e di produrre alta qualità, perché in Italia non ci possiamo permettere di fare altro. L’unica via è quella di mantenere molto alta la barra e sperare – magari facendo maggiormente gruppo e proponendo di più anche questi vitigni – che prima o poi i gusti dei consumatori cambino.

Questo è un altro fattore da prendere in considerazione: le mode e le preferenze degli appassionati sono volatili, non è detto che quello che piaceva molto vent’anni fa abbia ancora successo e viceversa… Mutano i bisogni alimentari, i piatti proposti sulle nostre tavole, le manie culinarie e le preferenze. Questo “verrà un giorno” non deve essere per forza un contentino per chi ora patisce le pene dell’inferno… piuttosto uno sprone a essere i primi della classe, perché essere il più bravo sulla Freisa è ugualmente nobile come esserlo sul Barolo e quando, in qualche remota regione degli Stati Uniti o della Cina (tanto per fare un esempio), cominceranno a impazzire per un semi sconosciuto vitigno autoctono italiano essere tra i leader potrà tornare molto, ma molto utile…