Slow Wine 2015 in stampa: le nostre prime impressioni a caldo! (Con qualche anticipazione…)

Rimane sempre un senso di vuoto quando si finisce un lavoro totalizzante come la redazione di una Guida. Mesi di apnea, immersi in dati, degustazioni e testi, tirando le10655311_10204640313635929_3611836481109092600_o fila di un discorso enologico che vorresti aderente il più possibile alla situazione reale della viticoltura del nostro paese.

Ciò che emerge da questo intenso periodo, vissuto almeno da noi della redazione, in totale simbiosi, gomito a gomito per settimane, tralasciando i sentimenti che appartengono al nostro privato, è la soddisfazione di aver fatto il possibile e che la complessità dell’analisi sia stata, ancora una volta, risolta in pagine che analizzano nel dettaglio il quadro enologico italiano.

In attesa di metabolizzare degustazioni, suggestioni e idee di questa annata vitivinicola, più o meno per noi conclusa qui, posso solamente riportare alcune convinzioni che si stagliano con forza nel mio immaginario ora che, appena tornato in Toscana da due mesi di esilio piemontese, provo lo stato confusionale di chi ha accumulato una quantità di informazioni in un lasso di tempo troppo corto per essere elaborate nel breve periodo.

La prima è che Langhe stiano affermando con forza il ruolo di leader della nostra enologia, erigendosi tra i grandi terroir del mondo. Complice l’annata 2010 di Barolo, stiamo assistendo a una perentoria consacrazione di un territorio nel suo complesso capace di collocarsi come uno dei poli mondiali del vino di qualità. In tre anni abbiamo potuto assaggiare vini incredibili per grazia e territorialità. Sto pensando a Barolo 2008, Barbaresco 2010 e Barolo 2010. Insieme ai vini cresce la consapevolezza dei produttori di avere a che fare con un vitigno, il nebbiolo, diventato il comune denominatore dell’eccellenza. Oltre alle Langhe questa tendenza potrebbe coinvolgere le zone limitrofe. Speriamo che ciò non vada a scapito di altre varietà tradizionali, come il dolcetto per esempio.

La seconda convinzione riguarda la viticoltura del sud. Come già aveva evidenziato Fabio Giavedoni in un suo recente post (leggi qui) sulla nuova generazione dei Montepulciano d’Abruzzo, abbiamo incontrato una viticoltura centro/meridionale sempre più attenta alla declinazione enologica della relazione tra vitigno e territorio. Molti i luoghi protagonisti di questa affermazione. L’Irpina che, a mio giudizio, si afferma come punto di riferimento per i vini bianchi italiani, il già citato Abruzzo e la Sicilia, regione capace di sfoderare una poliedrica vocazione enologica, sparsa in diverse denominazioni. Senza scoprire troppo le carte in tavola, abbiamo evidenziato come la naturalezza espressiva sia la benvenuta cifra stilistica sempre più frequente nella degustazione dei vini siciliani.

10672421_10204627943406681_752569876062388390_n-1La terza consapevolezza riguarda il legame sempre più saldo tra viticoltura e territorio di provenienza. È evidente come la gerarchia di qualità della nostra produzione enologica si vincoli alla capacità di esprimere la vocazione dei luoghi di origine. Come abbiamo visto in Piemonte questa attitudine è stata valorizzata all’ennesima potenza. Ma ciò è valido anche per il resto delle denominazioni italiane, dalle più conosciute a quelle nascoste. Stiamo assistendo al primato della viticoltura sull’enologia, o meglio alla piena integrazione di queste due discipline, fino a qualche anno fa, poco inclini alla comunicazione. Il risultato è una splendida fioritura di nuovi interessanti geografie enologiche che puntualmente porremo alla vostra attenzione nella prossima edizione di Slow Wine.