A seguire le vicende degli abbandoni (e dei ritorni) delle Doc non ci si annoia di certo.

Da anni si discute sul valore, sul peso, sul funzionamento, sull’opportunità, sull’inadeguatezza e sulla storicità delle tante Denominazioni di Origine che insistono in tutti i territori vitivinicoli d’Italia.

Noi stessi ne abbiamo parlato in varie occasioni in passato, riportando spesso contributi di altri, come nel caso dell’importante convegno che si tenne in occasione di Expo 2015 (leggi qui).

Questa volta a rimettere sotto i riflettori il tema “Doc o non Doc” è stata la decisione – presa da qualche tempo ma resa pubblica solo qualche giorno fa, attraverso una dichiarazione al sito Cronache di Gusto (leggi qui) – di Gianfranco Fino, notissimo e validissimo produttore pugliese, di non etichettare più i suoi vini come Doc Primitivo di Manduria.

Le motivazioni di Gianfranco sono abbastanza chiare e le riportiamo qui di seguito; sono state maturate in tempi lunghi e – come lui stesso mi ha confessato non più di un mese fa – alla fine prese con grande amarezza e “senso di sconfitta”. «Ho ritirato la mia candidatura – dichiara Fino – a far parte del direttivo del Consorzio della Doc prima del voto e ho compreso subito che le mie indicazioni per il futuro del Consorzio stesso non avrebbero avuto il benestare dei soci. Anzi, è stato deciso di ampliare il territorio destinato alla Doc per non parlare della possibilità di imbottigliare anche all’estero la Denominazione Primitivo di Manduria, aspetto che reputo gravissimo ma che non si voleva mettere in discussione. Tutte cose in contrasto con la mia visione di vino e di rispetto del territorio». Abbandono del Consorzio, quindi, e niente più marchio Doc sulle bottiglie del suo Es 2015.

Non ha perso tempo a commentare questa notizia Walter Massa – altrettanto famoso vignaiolo di Monleale (Alessandria) – sempre attraverso Cronache di Gusto (leggi qui). In sostanza Walter applaude alla decisione di Fino e motiva, in maniera articolata, perché oggi a suo parere il sistema delle Doc faccia acqua da tutte le parti e non sia più rappresentativo dei vini di qualità e di territorio. «Ho abbandonato – dice Massa – la Doc nel 2009 con le stesse motivazioni di Fino, perché vogliamo, anzi dobbiamo portare cultura; voglio una Doc che premi il consumatore e il vino in vigna e sul mercato, non nelle scuole e negli uffici…». Conclude i suoi ragionamenti – che vi invitiamo a leggere per intero – con un appello: «Cari Ministri – delle politiche agricole, del turismo e della cultura – possibile non vi sia punta vaghezza che troppe aziende di altissimo lignaggio, ossia quelle che fanno veramente buona e bella l’Italia stanno rinnegando la Doc? O siete astemi, o i vostri funzionari e collaboratori vi cambiano le carte sotto il naso, o culturalmente ed eticamente siete peggio di quelli della Prima Repubblica».

Insomma un bel colpo assestato all’establishment che governa e regola il mondo delle Denominazioni di Origine in Italia.

Curiosamente però bisogna annotare che per un ottimo produttore che ripudia le Doc ce n’è un altro, altrettanto ottimo, che “ritorna all’ovile”. Ci riferiamo ovviamente ad Angelo Gaja, che quasi 20 anni fa decise di non utilizzare più la Docg per i suoi vini di punta: il Barbaresco Sorì Tildin, il Barbaresco Sorì San Lorenzo, il Barbaresco Costa Russi ed il Barolo Sperss. Da poco la decisione – presa in accordo con i figli Gaia, Rossana e Giovanni, tutti e tre impegnati nell’azienda di famiglia – di tornare alla denominazione Barbaresco per i tre crus aziendali (Costa Russi, Sorì Tildin e Sorì San Lorenzo).

«Non c’è nessuna decisione epocale, solo un ritorno al presente – ha spiegato la primogenita Gaia – Per quanto riguarda questi vini cambierà solo l’etichetta. Non ci sarà nessuna azione di marketing a sottolineare la nuova denominazione che, secondo la filosofia scelta da me e dai miei fratelli, è l’evoluzione naturale per vini  fatti al 100% da uve nebbiolo».

Insomma a seguire le vicende degli abbandoni e dei ritorni nell’alveo delle Doc non ci si annoia di certo. Resta però una forte sensazione di fondo: c’è qualcosa che non funziona, che profondamente non funziona, non tanto nell’impianto delle Doc ma nelle politiche – e nei politici – che le governano e le sostengono.

Bisognerebbe avere il coraggio di scandagliare a fondo e di affrontare di petto tutta questa intricata questione… Qualcuno, in effetti, lo sta facendo da tempo.