Sangiovese nel tempo

La settimana delle anteprime toscane reca un’infinità di suggestioni e pensieri, impressi nel veloce trascorrere dei giorni di degustazione e razionalizzati, poi, nel ritorno all’ordinaria vita quotidiana.

 

Il sangiovese, dal Chianti Classico a Montalcino passando per Montepulciano, è stato il protagonista assoluto di tanti assaggi e degustazioni che hanno interessato un arco di vendemmie molto esteso che va dalla 2011 del Chianti Classico fino alla 2007 per il Brunello di Montalcino Riserva.

 

E se l’eterogeneità dei territori non permette una facile classificazione delle vendemmie, cosa di per sé positiva data la conseguente complessità che si offre all’indagine, la degustazione lunga quasi una settimana (a occhio circa 600 campioni assaggiati) ci pone davanti alcune evidenze.

 

La prima è che nell’altalena delle annate ci pare che la 2010 si ponga come la vendemmia più equilibrata in grado di regalare immediata espressività e garanzie per il futuro. In questo senso Chianti Classico e Nobile di Montepulciano hanno offerto vini di ottima prospettiva. Anche il Rosso di Montalcino, pari annata, ci è parso di straordinaria reattività.

 

La famigerata 2011, in effetti, andrebbe analizzata non solo territorio per territorio ma caso per caso. In questa annata, dove tante vigne hanno sofferto un fermo vegetativo a causa del caldo, ci pare che la mano e la sensibilità del vignaiolo siano i fattori discriminanti della riuscita dei vini. Nel Chianti Classico, vero e proprio mosaico di singole vocazioni, le altitudini hanno non poco giovato al necessario apporto di freschezza.

 

La 2009 è vendemmia dal tannino dolce, in grado di esaltare l’immediatezza del vino attraverso una materia foriera di equilibrio. Meno intrigante la versione Riserva, almeno in generale, sia per il Chianti Classico, sia per il Nobile di Montepulciano. Non mancano però alcune gradite eccezioni.

 

La 2008  è l’annata con cui si è presentato il Brunello. Si è già detto molto. Vini molto scoperti sul tannino e sull’apporto acido. Soprattutto nello stato attuale delle cose è difficile prevedere degli sviluppi certi dato che questo tipo di architettura può riservare delle sorprese nel lungo periodo. Paragonata al 2008 del Chianti Classico, laddove questa sembrava giocare sui toni scuri di una materia presenta ma ancora da dipanare, la versione di Montalcino appare più esile in cui la prospettiva può essere garantita da queste nudità inevitabili.

 

La 2007, nel caso della Riserva del Brunello, è un’annata di calore e corpo. L’ampiezza è garantita, a scapito di quel nervosismo così evidente nella vendemmia successiva. Anche qui ci pare difficoltoso generalizzare.

 

Un mosaico di espressioni e territori, dunque, che disorienta più che garantire appigli e univoche chiavi di lettura.

 

Pestifero, poi, si insinua un pensiero nel ritorno a casa. L’eco sottile della manifestazione Le Loro Maestà, circa 20 giorni fa a Pollenzo (qui). Pinot nero e nebbiolo sono vitigni in grado di raggiungere vertici qualitativi assoluti e soprattutto di esprimere un concetto geografico della degustazione e quindi di suscitare l’emozionante evocazione del luogo e della storia. Il sangiovese non ha assunto quel senso polifonico dell’assaggio che conduce insieme al piacere sensoriale quello intellettuale della collocazione in un scacchiere personale che non necessariamente deve riferirsi a una gerarchia quanto a un senso di appartenenza.

 

Probabilmente non ci sono i presupposti perché questo accada. Vuoi per la natura dei disciplinari, vuoi per un percorso storico-culturale che ha portato a privilegiare il virtuosismo enologico piuttosto che l’espressione di una singola area vitata.  Non che questo infici gli splendidi vini che il sangiovese riesce a garantire, ma probabilmente il vitigno toscano per eccellenza non arriverà mai a condividere lo stesso palcoscenico degli illustri attori borgognoni e piemontesi.

Fabio Pracchia

(immagine in copertina da winecountry.it)

  • Fabio Zanzucchi

    Grande Fabio. Io penso però che il Sangiovese non riesca a esprimere differenze geografiche così nette come nel caso del Nebbiolo e del Pinot Nero, solo per una questione di clima. Dove c’è più luce, più sole, e più lunghe esposizioni a temperature più alte, le differenze da posizione a posizione si fanno più vaghe.

    • fabio

      Punto di vista interessante e condivisibile. Però, se con una bacchetta magica potessimo cambiare i presupposti storici che ci hanno condotto allo stato attuale delle cose, credo che alcune zone toscane storicamente atte alla viticoltura sarebbero ora accolte nell’immaginario collettivo degli amanti del vino e proiettate nell’empireo che giustamente compete a tanti clos di Borgogna e vigne piemontesi. Ciao e grazie del commento.

      • Fabio Zanzucchi

        Guarda a questo proposito mi torna alla mente una nota di Joseph Conrad al suo primo lavoro importante, La Follia di Almeyer, snobbato dalla critica, ma secondo me meraviglioso. Nella nota, confrontando il modo di sentire dei popoli nordici con gli abitanti delle giungle equatoriali protagonisti dei sui racconti, dice: “il quadro dell’esistenza, lì come da noi, è tracciato con la stessa minuzia di particolari, dipinto con gli stessi colori. Solo che nella spietata serenità del cielo, sotto l’implacabile dardeggiare del sole, l’occhio abbacinato non avverte i tenui particolari, scorge appena i contorni decisi, mentre le tinte, nella luce ferma appaiono violente e senz’ombra “.
        Ecco forse con il Sangiovese abbiamo bisogno di occhiali da sole.

        • fabio

          Cancelleremo le nostre orme, proprio come Almayer, dai vigneti che abbiamo provato a isolare, così da sublimarne il ricordo. :-))))

  • Silvio

    Interessante combinazione quest’anno a benvenuto. Il rosso 2011, quando ben fatto, copriva il Brunello 2008, tant’è che ho invertita la sequenza, partendo dal Brunello 2008 e po il Rosso 2011, si evita in questo modo di penalizzare il brunello….