Sangiorgi a Pollenzo, e questa è già una grande notizia… Ma cosa ha detto? Più bonus track con degustazione…

L’Aula Magna dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo è stata il teatro (la scorsa settimana) di un’interessante incontro tra Sandro Sangiorgi e gli studenti dell’Ateneo.

Molti di loro, anzi tutti, all’epoca in cui Sandro girava in questi luoghi si nutrivano di latte e omogenizzati e, giustamente non hanno idea di chi possa essere e cosa abbia rappresentato e rappresenti tutt’oggi Sangiorgi per il pensiero del vino. Ma penso che dopo questo incontro molti di loro se ne siano tornati ai loro studi con qualche riflessione in più. Alcuni un po’ annoiati nell’ascoltare quel “come eravamo” altri illuminati da capire da “dove siamo partiti”.

Difficile comunque rimanere estranei dalle parole di questo grande protagonista della cultura enologica italiana. Accanto a lui Nicola Perullo, docente di estetica all’UNISG, allievo agli inizi degli anni novanta di Sangiorgi.

L’ultima volta che ha calpestato le strade di Bra era il 1999, a Pollenzo c’erano solo le macerie della precedente struttura e tanti sogni nell’aria. Pollenzo così bella e così ricca di attività non l’aveva ancora vista, fatica a nascondere l’emozione quando prende la parola in Aula Magna. Tutto questo crea un’atmosfera surreale quasi vibrante. Nelle righe che seguono ho preferito mantenere i colloqui diretti per non togliere significato e valore a quanto detto con rivisitazioni personali.

 

Il Prof. Michele Fino, professore associato di Diritto Romano e Diritti dell’Antichità inizia con una domanda diretta : «Venticique anni fa le tue idee sul vino erano già così chiare oppure ci sono degli snodi fondamentali che ti hanno portato a come vedi il vino oggi?»

 Sangiorgi : «Sono cambiate molto anche grazie alla capacità di coltivare il dubbio che ho sperimentato e maturato in questi anni. Ci sono dei vini che mi piacevano a quel tempo e che mi piacciono ancora, ma la maggior parte dei vini che mi piacevano allora oggi non mi piacciono più e non è colpa dei vini. È cambiata la mia vita e la mia relazione con il soggetto vino. È stata una relazione rivoluzionata e rivoluzionaria. Improvvisamente mi sono reso conto che non mi sentivo più allineato e, facendo un giro su di me, sono arrivato a capire il perché. Da questi pensieri è nata Porthos, una piccola realtà che produce libri e formazione.

 E cambiato molto quindi, gli snodi sono stati due, il 1997 e 1999. Sono stati momenti importanti tanto da mettermi in una posizione così scomoda da non poterla più sostenere.

C’è stato un cambiamento legato alla sensorialità, che non mi faceva sentire più allineato con chi mi stava attorno. Nella mia vita c’era la necessità di far valere delle ragioni enologiche, mi rendevo conto che c’erano in atto dei cambiamenti che mi avevano convinto. Avevo capito che, una parte della redazione di Slow si allontanava da quelle che erano state le premesse fondamentali da cui tutto era nato dieci anni prima, per cui mi sentivo fuori luogo. Nel 1997 c’era stata la prima divergenza di opinioni che però non è stata sufficiente ad allontanarmi da Arcigola e Slow Food per quanto ero legato. Ma poi tutto sembrava per me più difficile mi rendevo conto che c’era una parte del gruppo con cui lavoravo che guardava altrove. Nel 1999 non c’è stato più nulla da fare, sono stato letteralmente sconfitto sul campo. Io sognavo di continuare a fare l’attività didattica senza essere coinvolto da quella editoriale ma mi fecero capire molto bene che questo non era possibile e quindi me ne sono andato via.»

Prof. Fino: «Cosa ti è rimasto di quel tempo»

Sangiorgi: «La cosa che è rimasta più forte è stato il sogno di fare il maestro e sono una persona molto privilegiata perché lo faccio. Quindi ho avuto la fortuna di far coincidere il piacere di stare con le persone e coltivare uno strumento come il vino e l’amore per il vino che ha nei confronti delle persone una capacità di viaggio, di conoscenza di sé che è molto difficile trovare in altre cose. Alla fine degli anni novanta, nel modo di insegnare, non riuscivo più a trovare la strada perché la strada aveva il vino alla fine ma diventava sempre più un binario morto. Ricordo che si faceva a gara per bere il vino più costoso, l’annata più celebrata e via così. Mi sono accorto che tutto questo non c’entrava con il vino ma soprattutto non c’entrava con l’educazione al vino.

Allora di quel periodo mi porto dietro l’amicizia di molte persone e il dolore che porta un cambiamento di idea perché è stato un percorso doloroso. Anche perché molte persone a cui ero molto legato non hanno preso bene la scelta di guardare da un’altra parte.

Questo mi è rimasto dentro. Non ho nostalgia di quel periodo perché eravamo obnubilati, non riuscivamo a vedere al di la di quel che ci veniva proposto, si diceva “non si sono mai bevuti vini buoni come ora” e questa è una cosa a cui ho creduto per alcuni anni. Poi in alcune occasioni mi sono accorto che qualcosa non andava, nelle degustazioni alla cieca, nei dialoghi con qualcuno, c’era sempre qualcosa che non mi suonava più. Ho ritenuto opportuno parlarne con chi lavorava attorno a me ma mi sono sentito in una stretta minoranza ed è stato necessario andarmene.

 Il cambiamento è stato bellissimo perché ho cominciato a vedere il vino in maniera diversa, più libera, raccontavo alle persone che non c’era un colore, un odore, non c’era un sapore un gusto migliore o peggiore come se ci fosse una gerarchia assoluta. Il vino era visto come intero, e amato nella sua interezza, le sue manifestazioni erano il rosato, il frizzante piuttosto che il dolce. Non aveva più senso dire qual era il vino che ti piaceva di più, non sopporto i rosati o amo solo i bianchi. Così quando frequentavo persone che bevevano solo Riesling tedesco, Borgogna o Barolo, nemmeno il Barbaresco, solo Barolo e non prendevano in considerazione l’idea di bere un buon calice di Prosecco, Colfondo naturalmente, capivo che ero in una strada diversa, insomma l’idea fondamentale era da partire da valori diversi.

Questi erano valori come l’imprevedibilità, un vino buono non può non trasformarsi e non trasformarci. Ogni volta che ci torniamo con il naso abbiamo bisogno che lui ci nasconda qualcosa. Come un Caleidoscopio che ci nasconde sempre un pezzo. E quando abbiamo acchiappato qualcosa subito ce ne nasconde un’altra.

Inoltre, il vino doveva recuperare e sta recuperando, la funzione di donare benessere, non solo digeribilità ma anche con il nutrimento spirituale e morale del vino. Questi elementi si legano ad un cambiamento di prospettiva e cioè, la cosa più importante del vino è il luogo in cui si fa. I luoghi in cui si può fare il vino buono sono una stretta minoranza e se il vino porta con se quello che gli ha lasciato il luogo allora è un vino imprevedibile e capace di donare benessere e memoria, un vero e proprio interesse. Il magnetismo di un vino interessante è una cosa meravigliosa ed è legata al vino tutto intero»

 

E a proposito di ciò che siamo e ciò che eravamo, l’assemblea di sposta poi alla Banca del Vino di Pollenzo dove la storica Azienda Agricola Scarpa di Nizza Monferrato propone una degustazione verticale della sua storica barbera “La Bogliona” un cru 400 metri di altezza capace di donare un vino davvero unico. Evento organizzato da neo laureati dell’Università conosciuti tra i banchi di scuola qualche anno fa e che oggi sono attivamente coinvolti nella realtà aziendale di Scarpa che sta cercando un suo rilancio. L’entusiasmo di Andrea Roccione e Gregorio Ferro sono leggibili da ogni gesto e parola che usano nel descrivere questa realtà.

Sangiorgi ha vissuto l’azienda oltre venticinque anni fa quando scriveva le schede della Guida dei Vini d’Italia del Gambero Rosso oggi l’azienda è completamente trasformata anche se è ancora presente l’idea del vino di Carlo Castino, enologo e memoria storica dell’azienda che oggi ha ceduto il testimone a Silvio Trinchero.
La verticale prevede nel bicchiere le annate 1990, 1996, 2001, 2006, 2007 e 2008)

 

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 2008

Naso Speziato e fruttato con note di prugna. Al palato l’attacco di bocca è sapido da cui si sviluppa una bella acidità succulenta e gustosa. E’ delicato e soffice al palato con sentori di ciliegia selvatica, quell’incontro tra la dolcezza e l’amarotico che poi si fonda in una nota di liquirizia

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 2007

Naso concentrato che inizialmente fatica a manifestarsi, complesso e articolato con i minuti si concede con note fruttate e tratti balsamici. Al palato è pieno, tornano le note balsamiche che ne conferiscono una piacevole freschezza è sapido. L’acidità è delicata ma continuo con un riverbero che dura nel tempo ma che non cade in note dissonanti.

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 2006

Naso ferroso con sentori di ruggine e sangue. Al palato evidenzia un’acidità tesa e vibrante che sviluppa succulenza e piacevolezza. È retto non si concede a sbavature finale asciutto.

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 2001

Inizialmente reticente sembra non volersi concedere. Niente di male mi faccio da parte io lasciandola al suo respiro. Successivamente escono timidamente note di frutta secca e eucalipto con tratti floreali di viola. Al palato ha una progressione continua che rimbalza su se stessa. Acidità bella tesa che si fonde una materia ben fusa con sentori lievemente polverosi di cacao

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 1996

Note di caffè in polvere che lievemente lasciano spazio a sentori balsamici. Al palato l’acidità sa ancora muoversi con decisione tornano le note balsamiche asciutto e deciso il finale.

Barbera d’Asti Superiore Cru La Bogliona 1990

Naso molto complesso emergono note terrose di tartudo nero poi cuoio. Dimostra fin dai primi istanti di essere un fuoriclasse. Grande tensione e vibrazione ha il portamento dei grandi vini. Ancora ben presenti le note della ciliegia selvatica che ricorda la giovinezza. Vino davvero indimenticabile.

 

 

  • Michele Antonio Fino

    Il fatto che Slowine pubblichi questo ottimo pezzo di Gianpaolo Giacobbo, fedele sin nelle virgole a cosa abbiamo sentito il 16 maggio, è la prova provata di quanto siano sciocche le prese di posizione aprioristiche, i giudizi tranchant sulle persone e sulle associazioni.
    Per noi dell’UNISG, la visita di Sandro ha rappresentato un ritorno a casa di un genitore che nessuno o quasi sperava più di riabbracciare, nel rispetto reciproco di ciò che siamo, eravamo e siamo diventati.
    Grazie a chi c’era, grazie al nostro essere università, vera e totale, per cui i saperi sono sempre a casa, anche se, tra le persone, i fatti e il tempo hanno scavato solchi che rispettiamo profondamente.