Romagna Spumante Doc? A noi sembra una ca..ta pazzesca!

Dove si pone il confine tra Emilia e Romagna?

La domanda è di quelle pesanti, a cui nessuno sa rispondere perfettamente; o meglio, a cui tutti danno una risposta differente.

Lasciando stare le non ben chiare divisioni politico-amministrative o geografiche (è il fiume Sillaro a segnare il confine? Imola è già Romagna o è ancora in Emilia? e Castel San Pietro Terme? e Castelbolognese? …) ma utilizzando altre chiavi di lettura – più legate alla cultura locale, alle tradizioni, alla vita quotidiana – c’è chi vede la chiara differenza tra Emilia e Romagna a seconda che nelle famiglie si mettano in tavola i tortellini oppure i cappelletti; oppure che prevalga la “cultura” del maiale invece di quella della pecora, come sostiene il prof. Massimo Montanari nel suo libro Il riposo della polpetta e altre storie intorno al cibo (cosa che spiegherebbe i differenti ripieni di tortellini e cappelletti).

Io ho sempre pensato invece che il confine tra Emilia e Romagna – utilizzando evidentemente la mia unica e particolare visione vinicola – sia da fissare esattamente in quel territorio dove finisce la produzione e il consumo quotidiano di vini frizzanti e inizia quello dei vini fermi. Insomma dove finisce “la bolla” e inizia “el Sanzve’s”.

Tutta l’Emilia infatti è un territorio sterminato di consumo, e ovviamente di produzione storica, di vini frizzanti e/o spumanti (un comparto che non trova eguali in Italia se non tra Conegliano e Valdobbiadene): da Piacenza – terra dei frizzanti Ortrugo, Malvasia e Gutturnio – passando per le estese terre dei Lambruschi, racchiuse tra le province di Parma, Reggio e Modena, transitando per la zona bolognese del Pignoletto Frizzante fino, appunto, ai confini con la Romagna.

In Romagna non c’è mai stata cultura e produzione di vini con le bollicine. Seguo da più di 20 anni le degustazioni dei vini di questa regione (prima per la Guida Vini d’Italia e ora, attraverso i miei validissimi collaboratori locali, per Slow Wine) e non ho mai trovato in passato nel bicchiere alcun tipo di bollicina, ad esclusione della storica etichetta di Albana Dolce Spumante Talandina dell’azienda Celli di Bertinoro, che però rappresentava la famosa “unica eccezione”.

Ora invece c’è chi vuole estendere – contro ogni tradizione e ogni tipo di cultura vitivinicola – la produzione massiccia di vini con le bollicine (Spumanti o Frizzanti che siano) anche alle varie province romagnole, con una modifica ad hoc del disciplinare della storica denominazione Romagna. E la cosa ha fatto – giustamente a nostro avviso – non solo storcere il naso ma decisamente irritare parecchi vignaioli. E tra questi c’è chi non ha perso tempo.

Le aziende aderenti alla delegazione FIVI della Romagna infatti hanno scritto all’Assessorato all’Agricoltura della Regione Emilia Romagna per esprimere le loro perplessità sulla proposta di introdurre le tipologie Romagna DOC Spumante Bianco e Romagna DOC Spumante Rosé nel disciplinare della DOC.

Secondo FIVI Romagna “il panorama delle DOC regionali è già troppo ampio, e le recenti esperienze in altre zone hanno dimostrato come il proliferare di nuove denominazioni non aiuti in alcun modo il consumatore, ma crei piuttosto confusione e faccia nascere dubbi sulla valenza di queste stesse istituzioni. Inoltre i disciplinari delle DOC sono nati per tutelare il patrimonio ampelografico regionale e per salvaguardare il modo di fare vino di quel territorio. La proposta di modifica sembra essere invece in questo caso un tentativo di inseguire le mode di tendenza, quasi a voler ridurre il disciplinare a mero strumento di marketing”.

“Probabilmente la moda delle bollicine ha fatto gola ai grandi imbottigliatori della nostra regione – aggiunge Rita Babini, delegata di FIVI Romagna – che sperano di sfruttare il momento d’oro del Prosecco e di creare facili profitti. A nostro avviso invece questa proposta denota solo l’incapacità di dare valore alle produzioni storiche regionali, quali trebbiano, albana e sangiovese. Avrebbe maggior senso considerare eventuali modifiche in seno alla DOC Trebbiano, dove sono già presenti le versioni Spumante e Frizzante, valorizzando un vitigno che risulta senza dubbio vocato a questi metodi di vinificazione”.

Il punto infatti è proprio questo: nessuno vuole – e noi tantomeno – ostacolare la possibilità di produrre vini con le bollicine in Romagna, per quanto ciò vada contro ogni tradizione vitivinicola locale; però per fare questo ci sono le tante possibilità offerte dalle varie Igt presenti sul territorio (o le poco utilizzate opportunità già presenti nelle Doc esistenti), non si devono stravolgere i disciplinari delle Doc storiche, che sono il vero patrimonio di storia e di cultura dell’Italia vinicola.

Ma purtroppo la cattiva abitudine di modificare i disciplinari delle Doc a fini commerciali sta diventando un’accertata consuetudine, in tutte le regioni d’Italia. E non c’è modo di frenare la barbarie…