Riserva di Fizzano 1985/2015 Rocca delle Macìe: la riconquista di uno stile chiantigiano e tre domande finali

Ho accettato con piacere l’invito della famiglia Zingarelli a Castellina in Chianti per una verticale “informale” del Chianti Classico Fizzano Riserva (dal 2011 Gran Selezione).

Rocca delle Macìe fu acquistata da Italo Zingarelli nel 1973. Dal 1985, l’azienda è diretta dal figlio di Italo, Sergio, protagonista della vita del Chianti Classico del cui Consorzio ha rivestito per anni la carica di presidente.

La verticale ha passato in rassegna trenta anni della vigna di Fizzano.

Acquistata nel 1984, Fizzano è un vero e proprio borgo medievale posto nella parte mediana dell’areale di Castellina in Chianti. Tra i versanti più vocati di Castellina, presenta suoli di matrice sabbiosa con presenza di limo e depositi calcarei.

«Fizzano è uno dei luoghi più vocati dell’azienda – ci ha detto Sergio – dal 1985 a oggi abbiamo speso molte energie per assecondare, attraverso rinnovi e nuovi impianti, tale attitudine a generare vini fini e adatti all’invecchiamento».

Dal 1985 al 2015 sono state selezionate 27 annate che hanno passato in rassegna la storia aziendale e un modo cangiante di intendere lo stile del Chianti Classico tenendo debito conto delle epoche enologiche attraversate in un trentennio, come sottolineato dall’enologo interno Luca Francioni: «Un percorso svolto così in profondità deve essere intrapreso tenendo conto delle esigenze commerciali dell’azienda le quali, attraverso uno sguardo retrospettivo, si possono analizzare senza faziosità».

Avete sbagliato sito, mi spiace, se volete un resoconto dettagliato su ogni singola annata; mi annoio già a pensarci. Trovo più utile e divertente, invece, inquadrare per macro settori questa curva stilistica che è emersa chiaramente durante l’immersione negli assaggi e nel tempo. Un andamento esemplare non solo della vicenda storica di questa azienda ma che potrebbe essere esteso a gran parte del mondo aziendale chiantigiano.

Dal 1985 al 1995. L’eccellenza

Dal 1985 al 1990 è il Chianti Classico d’eccellenza. A distanza di trenta anni il vino si presenta fragile ma ricco di sfumature, con profumi terziari integri e splendida eleganza tenuta in piedi da acidità chissà quanto scontrose in quegli anni. Dal 1990 fanno la loro comparsa i vitigni internazionali interpretati però con grazia e misura. Sempre in questi anni una gradita concentrazione regala spessore al vino senza opprimerne la dinamica.

 

Dal 1995 al 2010. La sbandata

Si tratta di anni in cui la ricerca di maturità viene spinta al massimo e sollecitata dal mercato. I cenni vegetali sono evidenti e integri. L’appartenenza chiantigiana è in questi anni messa in discussione, non tanto per il ricorso a merlot e cabernet sauvignon come vitigni complementari al sangiovese, quanto piuttosto per una ricerca di confezione enologica opulenta e speziata che certo non appartiene al nobile territorio del Gallo Nero.

 

Dal 2010 al 2015. La consapevolezza

Sono gli anni dell’interpretazione matura e consapevole di un territorio. I vini perdono grassezza e acquisiscono quella facilità di sorso che avevamo in modo naturale nella fine degli anni Ottanta. In più la capacità tecnologica riesce a estrarre una centralità di frutto senza sbavature che riveste il vino di piacevolezza senza perdere rigore territoriale. Il 2015 è la vendemmia in cui si è tolto l’apporto di merlot in favore del canaiolo per sigillare in questo modo il ritorno a una gradita tradizione.

 

I miei vini preferiti di questo splendido viaggio: 1986-1988-1990.

Molti i temi in discussione emersi da questa verticale: ne butto giù tre che mi piace lasciare in sospeso.

  • L’identità del Chianti Classico passa esclusivamente per i vitigni autoctoni?
  • Il futuro della denominazione è da intendere nella valorizzazione di ogni singolo comune che compone il territorio?
  • In questo senso la Gran Selezione, partita decisamente in modo anacronistico come più volte sottolineato dal sottoscritto, è ancora in tempo per rappresentare l’eccellenza del territorio?