Quando le bollicine prevalgono sul territorio – 2

images-26Qualche mese fa avevo scritto un post dal titolo “Quando le bollicine prevalgono sul territorio” – leggi qui – nel quale sostenevo che assaggiando dei buoni Metodo Classico, prodotti in Italia con chardonnay e pinot nero, fosse quasi impossibile individuare il territorio di provenienza. Ero e sono convinto che si possono riconoscere abbastanza facilmente i differenti stili aziendali, quando sono ben definiti, e si può intuire semmai il vitigno di provenienza, ma risulta estremamente difficile azzardare un discorso di riconoscibilità territoriale dei Metodo Classico provenienti dalle tre denominazioni italiane più significative – Franciacorta, Oltrepò Pavese e Trento – soprattutto quando vengono mischiati tra loro e assaggiati per tipologia comune.

Diverso è il discorso che riguarda i Metodo Classico prodotti con altre uve che non siano chardonnay e pinot nero, nei quali le caratteristiche della varietà indubbiamente si sentono, quantomeno nei prodotti più interessanti e riusciti.

10264312_10203034504856502_2864525959384216846_nL’occasione per verificare questa mia impressione si è presentata un paio di giorni fa quando ho avuto occasione di condurre un Laboratorio del Gusto dal titolo “Metodo Classico. Stile aziendale e riconoscibilità territoriale: esiste correlazione?” all’interno della manifestazione NaturaMenteVino organizzata dal comune di Rovereto con la collaborazione di Slow Food Trentino (vedi qui).

 

1955f8f9269bc2a167bd5fb191f46494In degustazione, rigorosamente alla cieca, questi sei Metodo Classico Brut che vi elenco in ordine di servizio:

Trento Brut – Maso Martis; Trento Brut Riserva Lunelli 2005 – Ferrari; Brut 2009 – Monsupello; Franciacorta Brut 2008 – Ca’ del Bosco; Trento Brut Riserva 2008 – Letrari; Franciacorta Brut Cellarius – Guido Berlucchi.

Obiettivo della degustazione: riconoscere e individuare almeno i tre Trentodoc presenti (che giocavano in casa).

Ebbene nessuna delle 25 persone presenti – sommelier, collaboratori di Slow Wine, enotecari e appassionati di vino – è riuscita a definire con facilità e chiarezza quali fossero i tre Trentodoc e quali i tre “intrusi”. È stato abbastanza facile riconoscere che il campione numero due (Riserva Lunelli di Ferrari) fosse un 100% chardonnay, anche se l’influenza del legno ha ingannato qualcuno, mentre ci sono state maggiori difficoltà nel ritrovare il 100% pinot nero, ovvero il Brut di Monsupello. Molti hanno scambiato lo stile opulento e rotondo del Brut Riserva di Letrari (quasi tutto chardonnay) per “l’impronta” tipica del pinot nero, che al contrario nel Brut di Monsupello si esprime in modo affilato e profondo.

Insomma questo primo “esperimento sul campo” ha confermato la mia tesi che il metodo (in questo caso Classico) annienta il territorio; la tecnica di vinificazione ha prevalso nettamente sulle caratteristiche del vigneto e del vitigno, dando origine a dei Metodo Classico che si sono dimostrati buoni o molto buoni organoletticamente (un paio anche di più, ci sono sembrati proprio dei grandi vini) ma senza legami riconoscibili con la zona/denominazione di provenienza.

Proveremo a farne altri per confermare o smentire quest’idea.