Quale realtà per il futuro dell’agricoltura italiana?

Segnalo un’interessante intervista ancora presente su ilpost.it realizzata da Antonio Pascale, giornalista e scrittore, a Deborah Pavan, agricoltore, laureata in Scienze Agrarie a Pisa e specializzata alla Scuola Sant’Anna in Miglioramento Genetico. Il titolo dell’intervista è l’agricoltura reale per un agricoltore reale. Potete leggerla qui.

Il tema dell’innovazione necessaria in campo agricolo è il cuore di questa intervista. Da una parte la Pavan, la cui azienda produce mais, frumento, soia e noci, lamenta il ritardo con il quale il nostro paese si sta occupando della questione delle derrate alimentari.

Da paese produttore, in pochi anni, per esempio, l’Italia è passata a essere importatore di mais che è alla base della filiera delle eccellenze gastronomiche nostrane come formaggio e prosciutto. Questo perché il nostro mais è soggetto all’attacco di un patogeno che si chiama piralide la cui azione produce tossine rischiose per la salubrità del prodotto. In Spagna  è permesso utilizzare un tipo di mais resistente a tale insetto e garantire una maggiore salubrità. Il divieto di accesso alle biotecnologie vigente nel nostro paese è uno dei motivi del ritardo economico dell’agricoltura italiana.

La domanda retorica della Pavan appare provocatoria: “Un trattamento anti piralide costa circa 60 euro all’ettaro. Parliamo di una superficie di circa 700.000 ettari che viene trattata con più di 80.000 litri di insetticida, per un giro d’affari per le multinazionali della chimica di circa 40 milioni di Euro. Ma c’è anche un vantaggio anche in termini ambientali. Secondo voi dove c’è maggiore biodiversità: in un campo di mais tradizionale appena trattato con l’insetticida o in uno di mais bt che ricordiamo si protegge da solo contro la piralide? Nel primo ho ucciso tutti gli insetti. Il secondo è un brulicare di vita, manca solo l’insetto dannoso per la coltura”.

Ciò ha generato anche uno scollamento secondo il parere dell’intervistata tra l’agricoltura reale e quella comunicata e quindi percepita. I media parlando del mito bucolico italiano con contadini felici che riposano dopo le fatiche del campo al riparo della fresca ombra di un albero, in realtà l’agricoltura è meccanizzazione, innovazione e chimica sostenibile. L’immagine falsamente comunicata ha generato diffidenza da parte dei consumatori verso tutto ciò che non è percepito come naturale e salubre. La soluzione è quella di ripartire nella comunicazione dell’agricoltura reale che non può prescindere dal far capire alle persone che le innovazioni sono necessarie per il futuro dell’alimentazione.

Altro tema “caldo”– scusate il gioco di parole – è il cambiamento climatico; tutto questo viene ancora una volta declinato da un’esponente della comunità agricola italiana con evidenti competenze scientifiche nel necessario aggiornamento delle leggi vigenti in Italia che regolano l’accesso alle biotecnologie. Mi vengono ancora in mente le opinioni di Attilio Scienza in campo enologico e i pareri di vari scienziati raccolte in questi mesi. Sembra che l’unica via per assicurare la produttività delle nostre colture sia la modificazione genetica.

Devo dire che per la prima volta da quando leggo le parole di qualcuno così politicamente schierato verso un modo capitalistico di concepire l’agricoltura non provo repulsione: chissà forse sto invecchiando. Ma qualche appunto mi sento di muoverlo.

Prima di tutto la questione della piralide. Il mais bt che suggerisce la Pavan è sicuramente sotto il brevetto di qualche multinazionale che deterrà anche il diserbo necessario affinché la pianta prolifichi. Siamo sicuri che vogliamo mettere a rischio la libertà degli agricoltori per una monocoltura che potrebbe presentare in futuro sensibilità negative verso nuovi patogeni? Le cifre poi riportate sul giro di affari delle multinazionali della chimica per i trattamenti su un mais non ogm sono maggiori o minori degli introiti di altre multinazionali che forniscono i semi?

Il cambiamento climatico. La classe scientifica sembra ragionare solo sulla produttività dimostrando interessi quasi da bottegai. Perché non concentrarsi almeno un poco sulla fertilità del suolo e sulla capacità di esso di trattenere il più possibile gli elementi necessari alla crescita delle piante? Ragionare in termini complessi potrebbe portare a maggiori benefici non solo in termini di quantità ma anche secondo sacrosanti canoni qualitativi.

Un ultimo passaggio riguarda due elementi suggeriti dall’intervista. Il primo quando si accenna al fatto che l’aumento della popolazione necessiti una maggiore produzione di cibo. Secondo me forse sarebbe meglio parlare di migliore redistribuzione degli alimenti. La seconda riguarda la scala della produzione sulla quale l’Italia debba essere competitiva. La conformazione geografica nazionale non ha mai permesso una coltura estensiva delle varietà, si deve puntare sull’estrema qualità della produzione che impone un carattere artigianale della trasformazione. Se intendiamo diffondere il profilo estensivo alla nostra eccellenza agricola credo che la partita sia persa in partenza.

 

 

 

  • Paolo Cianferoni

    Parole sante le tue. Il timore è quello di perdere identità culturali e complessità ambientali per una competizione volta sulla sola quantità di cibo prodotto.