Prova a tappare lo stesso vino in 6 modi diversi: vedrai che sorprese!

Il problema della chiusura delle bottiglie di vino con i cari e abituali tappi di sughero sappiamo che può creare talvolta qualche serio problema.

Il principale è quella percentuale – piccola, a volte anche molto piccola, ma comunque sempre presente – di tappi di un sughero “contagiato” da un fungo che rilasciando TCA (tricloroanisolo) impregna il vino con quei sentori, che comunemente definiamo “di tappo”, che lo rendono imbevibile. Ma questo è solamente il problema di cui ci si rende conto – spesso purtroppo con grande malincuore… – più facilmente.

Molto più subdoli e pericolosi sono invece quei casi in cui il tappo di sughero con cede TCA ma lo inquina leggermente con sentori che non appartengono al vino e che rimangono “intellegibili”; peggio ancora, infine, sono quei casi in cui il tappo non sigilla come dovrebbe e lascia entrare ossigeno nella bottiglia, causando ossidazioni al vino anche in tempi non troppo lunghi.

Questo, a mio avviso, è il problema più grave che un tappo “bastardo” ti può dare, perché il consumatore non ha certezza che sia stato il sughero a creare la degenerazione ma pensa, più semplicemente, che sia stato il vino – prodotto malamente dal vignaiolo – ad ossidarsi troppo rapidamente.

Le discussioni sulla giusta e rassicurante chiusura di un vino sono annose e infinite; sono problemi con cui i vignaioli si scontrano quotidianamente e non è ancora chiarissimo come venirne a capo in maniera ottimale.

Si fanno delle prove, molte prove, come quella che ha condotto Walter Massa – celebre vignaiolo del tortonese, colui che ha “inventato” il Timorasso – e che ha avuto la bontà di condividere durante una degustazione tenutasi a Piacenza durante l’ultimo Mercato della Fivi (Federazione Italiana Vignaioli).

Premettendo con chiarezza che i migliori tappi di sughero monopezzo sono senza dubbio il modo perfetto per chiudere una bottiglia di vino, Walter ha proposto in degustazione 6 bicchieri contenenti lo stesso identico vino – il suo Derthona 2014 – chiuso in bottiglia al momento dell’imbottigliamento con 6 diverse modalità: con un normale sughero monopezzo (del costo di 0,55 euro), con un Nomacorc (costo 0,25 euro circa, clicca qui per sapere cos’è), con un Diam 10 (costo 0,25 euro circa, clicca qui per sapere cos’è), con un tappo sintetico Ardeaseal (costo 0,25 euro circa, clicca qui per sapere cos’è), con un comune tappo metallico a vite (costo 0,21 euro circa) e infine con un comunissimo tappo metallico a corona (costo 0,05 euro circa).

L’esperimento è stato condotto da Walter con grande rigore: tutti i vini sono stati imbottigliati allo stesso momento (solo le bottiglie chiuse con tappo a corona sono state spostate di qualche metro dalla linea d’imbottigliamento e chiuse con attrezzatura professionale presa a prestito da un vicino birrificio), provenienti dalla stessa vasca, con livelli uguali di solforosa (24 mg/lt.), anche se il tappo di sughero avrebbe necessitato di almeno 10 mg/lt. di solforosa in più delle altre chiusure. I valori della solforosa al momento della stappatura delle bottiglie erano piuttosto simili tra loro, con differenze veramente minime.

Al termine dei 6 assaggi è stata chiesto alla platea un giudizio sulle bottiglie assaggiate, dopo la considerazione condivisa da tutti i presenti che in effetti i 6 vini presentavano evidenti differenze tra loro, in qualche caso anche clamorose. Alla fine il risultato è stato questo:

  • Vino 1, tappato con sughero naturale. Evidentemente ossidato, stanco e pesante al palato (considerazioni uguali per tutte le 3 bottiglie aperte, una delle quali forse leggermente meno ossidata delle altre), con vena acida ben presente ma senza verve. Il peggiore per tutti.
  • Vino 2, tappato con tappo metallico a corona. Naso molto integro, ampio e complesso, come la bocca, gustosa e freschissima. Molto buono per tutti, per me il migliore della serie.
  • Vino 3, tappato con Nomacorc. Una leggerissima ossidazione al naso, appena più evidente al palato, che aumentava la complessità del vino, in ottimo stato di conservazione. Buono per tutti.
  • Vino 4, tappato con Diam 10. Naso inizialmente molto chiuso, con note solforiche evidenti: ci ha messo almeno 15 minuti per aprirsi e mettersi al livello degli altri (campione 1 escluso). Bocca molto incisiva, più verticale di tutte, con la tendenza a rimanere tagliente fino alla fine senza allargarsi mai al palato, come altri hanno fatto. Buono per tutti, per taluni buonissimo; per me troppo inficiato all’inizio dalle note di riduzione eccessiva.
  • Vino 5, tappato con Ardeaseal. Molto simile nel profilo olfattivo e nella dinamica di bocca al campione 2, con un tocco di maggiore evoluzione e una maggiore larghezza al palato. Molto buono per tutti.
  • Vino 6, tappato con tappo a vite. Idem come sopra, profilo gusto-olfattivo molto simile ai campioni 2 e 5, con maggiore integrità olfattiva e insorgenza di curiose note balsamiche. Bocca inizialmente non troppo distesa, piuttosto “stretta”, ma sono bastati pochi minuti perché si esprimesse con piena completezza al palato. Per la grande maggioranza dei presenti il più buono: per me buonissimo ma, come già detto, non il migliore.

Non voglio tirare delle complicate conclusioni, anche se mi verrebbe da dire – concordando con Gae Saccoccio, vicino di tavolo – che bisognerebbe tappare le bottiglie di vino (non proprio di tutti, evidentemente…) con “tappo a corona tutta la vita!”.

Più semplicemente voglio ripetere quanto sostenuto alla fine di questo interessantissimo incontro da Walter Massa e dai suoi due “scudieri”, Mario Pojer e Ampelio Bucci, che hanno condotto con lui la presentazione della degustazione e le conseguenti chiacchiere: “in fondo non esistono grandi vini, ma più semplicemente esistono grandi bottiglie di vino!”.