Produttori attenti alle omonimie, la figuraccia è dietro l’angolo. I casi del Barbarolo e di Accordini insegnano!

In principio fu il Barbarolo di un tal, a quel tempo non ben identificato, Fenocchio.

Quanti, leggendo quell’assurda etichetta su un bag in box venduto in Scandinavia, riconoscendo il cognome ma non certo il vino (e per forza, si trattava di un ircocervo che mescolava almeno 4 diverse denominazioni di origine: Barolo, Barbera d’Alba, Langhe e Piemonte) rimasero di sasso?

Forse gli stessi che nei giorni scorsi scoprendo le prodezze enologiche dell’azienda vinicola Igino Accordini, per un attimo si sono certamente chiesti: ma come? L’ottimo Accordini?

Eh sì, perché in questi due, come in molti altri casi, un cognome in comune ha certamente portato qualche telefonata sgomenta all’indirizzo di Giacomo Fenocchio e di Stefano Accordini, nonostante a questi produttori appartenessero (e appartengano, come unanime critica riconosce, anche molto di recente) uno stile produttivo e una reputazione non comparabili con i loro, più o meno apparenti omonimi, rispettivamente, in Piemonte e in Veneto.

Non torno qui sul tema che negli ultimi giorni mi ha visto abbastanza impegnato, ma vorrei piuttosto cogliere l’occasione di queste possibili e (inutile negarlo) spiacevoli confusioni, per sottoporre agli amici vignaioli un tema a cui, specialmente quando si tratta di aziende agricole, essi tendono a prestare poca attenzione. Il nome di un’azienda (la ditta, in termini commerciali) è una questione seria. Tanto più se poi l’azienda non sviluppa uno o più marchi commerciali per i propri prodotti, ma la stessa ditta è, di fatto o di diritto,il marchio commerciale.

Ebbene, non c’è ambito come l’agricoltura in cui il nome dell’azienda venga relegato all’ultima delle ultime preoccupazioni. Migliaia di esse si chiamano semplicemente con il nome e il cogno del titolare. Il che è bello, trasparente e anche molto tradizionale, ma, ameno che non ci si chiami Stegosandro Spaccasuoli, espone al rischio, variabile in funzione della diffusione del cognonimico, che esistano altre persone con il medesimo nome che, del tutto legittimamente, se e quando inizieranno a produrre e/o imbottigliare vino, vorranno usare il proprio nome e cognome. E avranno diritto di farlo.

Certo, se abbiamo registrato il nostro nome e cognome come marchio aziendale, godiamo di qualche tutela in più (possiamo impedire ad altri di usare l’uguale nome come marchio a loro volta), ma non al punto di potere impedire a chi ha lo stesso cognome di indicarlo nell’informazione obbligatoria da dare in etichetta rispetto a nome e indirizzo dell’imbottigliatore. Insomma, potremo difendere la forma grafica e il carattere usato per il nostro marchio, se li abbiamo registrati e protetti; potremo impedire che nascano altri marchi con lo stesso o analogo contenuto (in termini di parole, ovvero di nome e cognome) ma non fino al punto di poter fare cancellare il nome e/o il cognome altrui dalle bottiglie, anche quando questo, semplicemente indica l’imbottigliatore. Perché il diritto alla propria identità, di cui il nome è parte costitutiva, non può soccombere.

Come possono tutelarsi, allora, quei produttori che puntano sulla propria azienda con convinzione? Il modo più semplice è scegliere un nome di fantasia e registrarlo. Analogamente, se non è un nome ancora una volta generico o ripetuto e se ciò è compatibile con le regole di etichettatura e i disciplinari di produzione, possono ricorrere al nome della cascina, del podere, della fattoria. Adottare un nome legato al territorio ma con caratteristiche distintive e irripetibili è uno strumento importante per potere nel futuro evitare che altri possano legittimamente usare le stesse parole come marchio.

Certo, restano le imitazioni, le storpiature, i miracoli dell’Italian Sounding, ma quelle sono frodi e con pazienza (e soldi) si possono combattere, se ci si è messi da subito in una posizione difendibile

Scegliere il nome per la propria azienda non è banale e non è soprattutto l’ultimo dei pensieri. Altrimenti, l’unica cosa che resta da augurarsi è che nel giro della parentela e degli omonimi nessuno voglia produrre vino oppure regni sempre una grande concordia, riguardo ad una visione del vino condivisa e di qualità!