Planeta: exploring nero d’Avola

Il secondo appuntamento con il vino delle nostre grandi isole approda in Sicilia, una delle regioni vinicole più importanti d’Italia.

Prima ancora di presentare la propria azienda, l’ospite della serata in Banca del Vino, Alessio Planeta, ha scelto di affrontare alcuni temi importanti. Nonostante tutte le difficoltà nella storia della regione che con grande fatica si cerca di superare, la viticoltura è tra le attività che maggiormente trainano le bellezze di questa terra; i viticoltori stanno facendo grosse battaglie per il territorio e questo movimento di radicale cambiamento ha ben compreso quanto la valorizzazione del patrimonio vitivinicolo sia fondamentale per il futuro economico e sociale dell’isola.

La Sicilia, infatti, a fine Ottocento contava 320.000 ettari di vigneto e fino alla metà dello scorso secolo imbottigliava solo il 2% della propria produzione. A cavallo degli anni Ottanta si è assistito a una fase di transizione con il ritorno al vigneto e la voglia modificare le qualità coltivate – 70 dei 140.000 ettari totali erano destinati a trebbiano e catarratto! – ma soprattutto l’enologia, l’immagine e la comunicazione.

Si tenga presente che parliamo di una regione viticola davvero complessa: 20 denominazioni d’origine, un’infinità di varietà tra cui oltre 50 antiche che si stanno ancora studiando, un territorio che oscilla da sotto il livello del mare agli oltre mille metri delle vigne dell’Etna, le vendemmie che possono andare da luglio a novembre a seconda della zona.

Si è arrivati oggi ad imbottigliare circa il 50% del vino totale ma la superficie vitata continua a diminuire e sfioriamo i 100.000 ettari; c’è ancora moltissimo su cui lavorare nel tentativo di interrompere questo flusso negativo.

Il progetto Planeta – famiglia che da cinque secoli è protagonista dell’evoluzione e rivoluzione agricola sicilana – nasce a Menfi, dove nel 1985  si impiantano i primi vigneti e iniziano i lavori per la cantina. Oggi – riprendo la scheda pubblicata su Slow Wine nel 2018 perché non potrei rendere meglio l’idea – possiamo “immaginare l’azienda come una mano, le cui cinque dita sono i diversi territori nelle quali opera” con cinque cantine completamente autonome. In degustazione Alessio ci porta a scoprire quattro di essi: Menfi, Vittoria, Capo Milazzo, Noto. L’Etna sarà per il prossimo incontro!

 

 

Sicilia Menfi Chardonnay 2016

«È dal 1994 che lo produciamo, dalle vigne di Ulmo e Maroccoli, quelle da cui è partita la nostra avventura, e lo chardonnay ha dimostrato di essere un vitigno plastico e interessante». Negli anni, e sotto la guida di Carlo Corino, l’impostazione stilistica si è evoluta alla ricerca di una espressione più sottile, smagrita dalla sua opulenza siciliana e dal prepotente uso del legno. Barrique per la fermentazione, metà nuove metà usate, 10 mesi in affinamento con bâtonnage settimanale. Non eccede “in ciccia” come in passato; la spezia dolce e il legno tornano ancora ma con una spinta diversa: l’acidità e la salinità sul finale di bocca gli danno una bella beva. Pop nel senso positivo del termine, in quanto bevuto trasversalmente e vicino ai gusti di gran parte dei consumatori mondiali, questa etichetta dal prezzo entry level, ha iniziato a far parlare della Sicilia del vino all’estero.

 

Dopo l’unico “intruso” della serata, siamo passati a quattro diverse espressioni di nero d’Avola, vitigno rosso principe dell’isola storicamente prodotto in enormi quantità, perfetto da taglio e da trasporto, che negli anni ha rischiato la scomparsa perché soppiantato da altri vitigni o da tutt’altre colture, e su cui Planeta ha avviato un progetto di valorizzazione: Exploring nero d’Avola.

 

Cerasuolo di Vittoria Cl. Dorilli 2016

Nasce da vitigni della tenuta Dorilli, nell’area dell’unica Docg sicilana, su terrazzamenti che dai monti Iblei degradano verso il mare. I suoli di sabbie rosse in superficie e calcare al di sotto hanno capacità di ritenzione dell’acqua nonostante le precipitazioni siano quelle di un’area predesertica. Le percentuali sono 70% nero d’Avola e 30 frappato, che insieme regalano un bellissimo colore violaceo, un aroma intenso e profondo e un sorso vellutato anche grazie al tannino molto rotondo. Il terreno marino, che non favorisce alta gradazione alcolica, lascia il vino leggero: totalmente diverso dall’immaginario che si aveva negli anni del boom del nero d’Avola quando lo si associava più a una «marmellata ricca di alcol».

 

Mamertino 2016

Siamo a Capo Milazzo, un’antica isola che si è riunita alla Sicilia per erosione delle montagne a nord; un posto pieno di storia (ricorderete tutti la prima Guerra Punica!) dove il vino si produce fin dai tempi dei Mamertini – a cui si deve il nome della Doc – popolo di mercenari che aiutando Cesare nelle sue battaglie ricevono il permesso di continuare a coltivare la vite nonostante la Sicilia si stesse trasformando nel granaio di Roma.

Il Mamertino, 60% nero d’Avola e 40 nocera, arriva dall’unico vigneto non di proprietà dell’azienda ma in affitto. L’azienda La Baronia, ultima arrivata in casa Planeta, è la più piccola delle cinque (8 ettari di vigneto e 20 di ulivi) e ha la particolarità di essere completamente smontabile.

I terreni, alluvionali, neri e con poco scheletro, rientrano nella neo riserva marina e patrimonio dell’umanità Unesco. Grazie al nocera, piccolo gioiello viticolo, il vino cambia tantissimo rispetto al precedente: è più austero, dal frutto più maturo, il tannino più marcato e con tutt’altra lunghezza di bocca.

 

Sicilia Nero d’Avola Plumbago 2016

Torniamo a Menfi per assaggiare il Plumbago (dal nome dello splendido fiore che nasce nei boschi intorno al baglio di famiglia), un nero d’Avola in purezza che nasce vicino le sponde del Lago Arancio. In cantina la macerazione è di due settimane, la malolattica è in acciaio e la permanenza il legno è di otto mesi. Dall’ottimo rapporto qualità prezzo, noi diremmo un Vino Quotidiano, il Plumbago ha una beva che Alessio definisce “finta facile” per la bella dose di acidità, il succo lieve ma allo stesso tempo selvaggio con note di acciuga, cappero, macchia mediterranea.

 

Noto Santa Cecilia 2014

Tutt’altra ambizione per il Santa Cecilia: l’immortalità. Un vino che ricorda spezie, frutta scura e cioccolato ma senza esagerare con concentrazione e alcol. I giorni a contatto con le bucce sono 21 e la permanenza in botti non di primo passaggio è di 12/14 mesi.

Arrivati nella zona d’origine e d’elezione per il nero d’Avola inizialmente per cercare vigne di moscato di Noto, i Planeta si sono innamorati contrada Buonivini, vicino a Pachino, punta sud della Sicilia, dove nel 1998, sotto una bella collina che degrada verso mare, è stata completata la cantina completamente interrata. Il vitigno è usato in purezza anche per questa etichetta e l’interpretazione enologica riesce a mantenere i caratteri del territorio. Terre bianche, pochissima pioggia, viticoltura di stress e sottrazione che regalano una finezza incredibile. Sono perfetti i termini che sceglie Alessio per questo vino: eleganza, potenza, equilibrio.