E se il pinot nero fosse originario della Basilicata e non della Borgogna?

IMG_4648Intorno all’origine e alla storia dei vari vitigni italici si compiono di continuo studi e ricerche, alcuni dei quali di grande importanza, come quello denominato Basivin Sud: un progetto nato nel 2008 – frutto della collaborazione di ALSIA (Agenzia lucana di sviluppo e innovazione in agricoltura) e CRA-UTV (Consiglio per la ricerca in agricoltura – Unità di ricerca di Turi, Bari), assieme a Regione Basilicata e Comune di Viggiano (Potenza) – con lo scopo di valorizzare la biodiversità viticola dell’area lucana e ampliarne la base ampelografica di riferimento. Una ricerca che si è concentrata in particolare in alcune zone campione: il Vulture, il Materano, l’Alta Val d’Agri e il massiccio del Pollino.

La pubblicazione, in un corposo volume, dei risultati di queste lunghe ricerche è stata sicuramente molto utile per noi per arricchire la recente riedizione di Guida ai Vitigni d’Italia (se vuoi saperne di più clicca qui), ma ha anche aperto un’interessante discussione su quelle che potrebbero essere le reali origini del pinot nero, il ricercato e fascinoso vitigno che per tutti gli appassionati di vino vuol dire Borgogna.

IMG_4645Per capire per bene le cose dobbiamo partire un po’ da lontano, ovvero dalla storia enologica lucana, che coincide con quella dell’antica Enotria – “terra della vite coltivata con il sostegno di un palo” – una regione che comprendeva buona parte dei territori oggi divisi tra Campania, Basilicata e Calabria, che andavano dal Vesuvio al Vulture, fino al massiccio del Pollino.

Un’area identificata come “Centro terziario di domesticazione della vite”, dove si attestano cioè pratiche colturali cresciute nelle regioni mesopotamiche e anatolico-siriache dal tardo Neolitico, in quei territori dove in sostanza dove ebbe origine la viticoltura: dalla metà del secondo millennio a.C. si registra, nel territorio di Enotria, una continuità di pratiche legate alla coltura della vite e alla produzione di vino, evidenziata da fonti archeologiche e letterarie.

In anni recenti dobbiamo a un fondamentale volume di riferimento – Wine Grapes: a complete Guide to 1,368 vine varieties, including their origins and flavours, di Jancis Robinson, Julia Harding e Jose Vouillamoz – la ricostruzione delle parentele genetiche dei principali vitigni europei. In questo testo Robinson, Harding e Vouillamoz individuano il Pinot nero come progenitore di Dureza, Mondeuse e Syrah – che risulta essere figlio dei primi due – e anche dell’Aglianico, riconosciuto come parente stretto e antecedente al Syrah (come rielaborato nel diagramma a lato).

IMG_4643Questi incroci e trasformazioni sono avvenuti con tutta probabilità in Enotria, dove si ipotizza che il Pinot nero fosse già in uso dalla prima età arcaica e abbia raggiunto il Rodano solo successivamente, per merito dei Focei che, fondata Elea nella metà del VI secolo a.C., avviano un intenso traffico marittimo con Massilia (Marsiglia) trasportando vino, uve e tralci di vite.

Lungo questa tratta i vitigni selezionati in Enotria raggiungono la Francia e si diffondono nelle loro terre d’elezione: Dureza e Syrah nell’alta valle del Rodano, mentre il Pinot nero un po’ più a nord, in Borgogna. Tra fine VI e inizio V secolo a.C. le prime selezioni di Pinot Nero, Dureza, Mondeuse e Syrah potrebbero aver costituito un insieme di varietà riconoscibili come Siriche, provenienti cioè dalla Siritide, regione storica della Lucania centro-meridionale.

Il particolare pregio di queste varietà si incrementa agli inizi del V secolo a.C. con la dispersione dei Sibariti, che si stanziano nell’entroterra dopo la distruzione della loro colonia. Con loro, nelle vallate fluviali interne all’Appennino lucano, nasce la tradizione delle Amineae, termine che designa un gruppo di vitigni eccezionali per resa produttiva e durata del vino, tanto da diventare in età imperiale una sorta di marchio di garanzia, riportato “in etichetta” sulle anfore vinarie. Fra queste troviamo l’Aglianico, geneticamente preesistente ma valorizzato e diffuso dalla gens Allia – trasferitasi dopo l’eruzione del Vesuvio in Irpinia e nell’Alta Val d’Agri – “solamente” nel primo secolo a.C. .

Sembra quindi che il lungo viaggio del Pinot nero verso la sua attuale culla d’elezione sia partito proprio dal meridione d’Italia: si discuterà attorno a questa importante scoperta durante il convegno previsto sabato 28 maggio a Policoro – dal titolo “Verso la creazione di vini unici e irripetibili: recupero e valorizzazione dei vitigni tradizionali”, con la partecipazione del sottoscritto ma soprattutto dei ricercatori del progetto Basivin Sud – all’interno della manifestazione Terroir Basilicata (se vuoi saperne di più clicca qui).

IMG_4192Ma prima che tutto questo venisse reso pubblico, alla fine delle lunghe ricerche di Basivin Sud, c’è stato qualcuno che ha (ri)piantato pinot nero nel Vulture, precisamente nel territorio di Rionero, a circa 800 metri di quota sulle pendici del vulcano: è stata la cantina Terra dei Re, che da poco è uscita con la prima edizione di Vulcano 800, Pinot Nero in purezza che ho avuto modo di assaggiare qualche mese fa e che mi ha particolarmente colpito.

Volete saperne di più su questo vino? Ci sono due possibilità: venire a Policoro sabato prossimo – dove ci sarà il banco di assaggio di Terra dei Re (oltre a quelli di tante altre realtà vinicole lucane) – oppure aspettare la prossima settimana, quando gli dedicherò una recensione più lunga…

 

 

 

 

 

  • L’ho trovato su vinisudshop.com

  • Francesco Polito

    ho sostenuto questa teoria già nel 2001 al tempo facevo l’università, e piantai in località Cannnicelle una modestissima vigna , tra gli uvaggi , inserii il pinot, ma dato per certo dal mio azzardo e fiuto letterario e scientifico , ora venite ad omaggiarmi di aver supportato con ricerche ciò che io davo già per certo, mi rendete felice, vi ringrazio , e mi complimento con tutti i ricercatori. Gen. Francesco Polito.