Pillole di un breve ma intenso tour dell’Etna

In occasione dell’evento di domani in Banca del Vino, che vede protagonista la Sicilia secondo Planeta, attraverso un percorso in cinque bicchieri chiamato “Exploring Nero d’Avola” (trovi qui maggiori informazioni), ho riaperto i miei appunti del recente viaggio in terre sicule in occasione di Sicilia en Primeur, l’anteprima dei vini siciliani svoltasi lo scorso mese a Palermo, Capitale della Cultura 2018, dove Alessio Planeta – che sarà ospite della serata a Pollenzo – ha fatto gli onori di casa come presidente di Assovini Sicilia, associazione che dal 2004 organizza l’evento.

Davvero ben organizzato e sempre più importante negli anni, l’evento si è svolto in due tempi: la due giorni di degustazioni e masterclass nella splendida cornice di Palazzo Riso, Museo Regionale d’Arte Contemporanea a Palermo (53 aziende protagoniste e oltre 450 vini in assaggio, di cui 50 en primeur; qui  il comunicato stampa) preceduto da sette tour in lungo e in largo nella Sicilia del vino.

Riaprire il quaderno è stato come ripartire per i tre giorni di visite sull’Etna a cui ho partecipato.

 

BARONE DI VILLAGRANDE

Ci accolgono in azienda Barbara Liuzzo e Marco Nicolosi, decima generazione della famiglia Nicolosi che dal 1700 abita e coltiva queste terre. 27 ettari, 18 dei quali a vigneto, sul versante est de “La Montagna”. Fascia molto piovosa e verdeggiante, a circa 700 metri sul mare, ha terreni molto ricchi di componenti organiche a seguito del collasso della sovrastante Valle del Bove. Mozzafiato i terrazzamenti larghi che accolgono le 7.000 piante/ettaro. Siamo nella zona di Milo, unica area dove la Doc Etna Bianco può avere menzione Superiore e coltivano in biologico da prima che in Italia esistesse le certificazione.

Piaciuto molto l’Etna Rosso Contrada Villagrande 2008: non prodotto tutte le annate proviene da vigne di 50 anni. Due anni in castagno da 500 litri anche usato (legno prodotto direttamente dai castagneti dell’azienda!) e un anno di bottiglia. Da menzionare le bellissime botti di oltre 200 anni (e da 22.000 litri!) conservate in cantina e la bottiglia di spumante 100% nerello mascalese prodotta dal padre di Marco nel 1996… degorgemant al momento dopo 22 anni sui lieviti! Vivamente consigliata anche la cena al ristorante del resort.

 

COTTANERA

Cantina della famiglia Cambria con una bellissima vista sui Nebrodi, da cui il fiume Alcantara li separa (ma che non ci tiene lontani da una buonissima degustazione di salumi e formaggi!). 100 ettari di cui 65 vigna dislocati in più contrade: Cottanera, Calderara, Feudo di Mezzo, Zottorinoto, Diciassette Salme, tutti geologicamente molto diversi tra loro.

Dopo una batteria di assaggi da botte per presentare l’annata (vini che usciranno tra due-tre anni) e una batteria delle bottiglie attualmente in commercio (tra cui troviamo molto piacevole l’Etna Rosato 2017, nerello mascalese in purezza), ci ha colpito la verticale di Etna Rosso Zottorinoto Ris. È la contrada più vicina al vulcano: zona nord, più fresca e secca, agli 800 metri, terreni scurissimi e vigne ultra sessantenni; 24 mesi legno e 24 bottiglie, lo assaggiamo dalla sua prima annata, la 2011 – in cui sono state introdotte in disciplinare le contrade –, alla 2014.

 

 

PIETRADOLCE

15 ettari, per un totale di 50.000 bottiglie, e nuova cantina in pietra lavica appena completata. Ci accoglie Giuseppe Parlavecchio, agronomo e braccio destro di Michele Faro, e non possiamo certo rimanere indifferenti al giro nelle meravigliose le vigne a piede franco di 80-120 anni; visitiamo Archineri e Barbagalli – siamo in contrada Rampante – dove gli alberelli, 3.000 per ettaro, sembrano piccoli bonsai. Quasi tutte le piante sono di nerello mascalese con qualche “intruso” di nerello cappuccio e minnella. Sentendosi in primis protettori di un territorio, Giuseppe spiega come qui le vigne non vengano tantomeno ripiantate. Così imparo il significato di “margotta”, unica pratica ammessa: metodo per generare nuove piante da una madre interrando un lungo ramo e lasciandolo a dimora per almeno due anni prima di tagliarlo dalla pianta.

In degustazione colpisce il Sant’Andrea 2015, 100% carricante, 10 mesi a contatto con le bucce e un anno e mezzo di bottiglia, molto cremoso e ricco in bocca. Anche il Barbagalli 2011, inizialmente un po’ cupo, si apre poi con un finale di bocca molto intrigante e tannino perfetto. Poi tutti all’attacco su tre vassoi di cannoli strepitosi!

 

PALMENTO COSTANZO

10 ettari in biologico, con alberelli centenari nel terreno intorno alla cantina (dove sono stati sostituiti i pali cemento per ridisporre i tipici pali di castagno) disposti con il quinconce, ovvero piante equidistanti su tutti i lati. Il vigneto è stato acquistato nel 2011 insieme all’antico palmento, completamente ristrutturato da Mimmo Costanzo, e che visitiamo con sua moglie Valeria. Dismesso nel 1900, si vede la struttura originaria con vasche in cemento per pressatura e fermentazione, all’interno di cui sono state incastonate le nuove attrezzature. Per l’invecchiamento, oltre al rovere francese da 35 ettolitri, stanno sperimentando l’uso dell’ovum.

Convince l’Etna Bianco Bianco di Sei 2017, 70 per cento carricante e 30 catarratto, dalle vigne più vecchie. È ficcante, agrumato e ha un significato particolare per l’azienda: il sei è il numero assegnato all’Etna dalla Smithsonian Institution nell’elenco dei vulcani ad oggi attivi.

 

TENUTA DI FESSINA

La Tenuta si sviluppa in un antico borgo: nel centro sorge un palmento del XVII secolo attorno a cui si sviluppano le altre strutture anticamente abitate; da poco inaugurate sette bellissime camere. I 6,5 ettari intorno alla cantina adagiati in un anfiteatro tra due lingue laviche, le sciare, verdissime. Solo alberelli (7.000 ceppi/ettaro) disposti con quadratura etnea. La vigna chiamata “giovane” è del 1932.

Qui le pagine di appunti sono davvero tantissime per il racconto dell’enologo Giandomenico Negro, che dalla langa astigiana approda sull’Etna 30 anni fa come consulente di Benanti. In vigna, in cantina, in bottaia e in sala degustazione ha davvero tanto da spiegarci insieme al giovane e preparatissimo Jacopo Maniaci, responsabile commerciale che ci fa da cicerone in assenza di Silvia Maestrelli. Tra i banchi spicca l’Etna Bianco A’ Puddara 2016, solo carricante dalle vigne a Biancavilla con ottime potenzialità di invecchiamento. Tra i rossi interessantissima la micro verticale di Etna Rosso Musmeci Ris.: 2007 (potente e “nebbioleggiante”, anche se un po’ troppo evidente il legno nuovo), 2011 (attualmente in commercio, molto elegante e fine con piacevole balsamicità), 2015 (grandissima annata ma per il quale dovremo aspettare fino al 2020). Per finire in bellezza… arancine!

 

TORNATORE

Una visita sui generis… ma molto calorosa! Tutta la linea è stata degustata durante un pranzo in famiglia con Francesco Tornatore, il figlio Giuseppe e le rispettive mogli. L’azienda risale a metà Ottocento ma casa e annesso palmento in contrada Piano Fiera sono stati costruiti da nonno Giuseppe nel 1910. Progetto molto ambizioso che sta crescendo velocemente: conferitori di uve da oltre cinquantanni, i Tornatore hanno iniziato a imbottigliare cinque anni fa e l’idea è quella di raddoppiare la produzione in brevissimo tempo. Gli ettari vitati sono 65, dislocati in diverse contrade. In una conca di fronte ai Nebrodi, ai 600 metri di quota, sorge uno dei vigneti più grandi all’ombra del vulcano. Per tutto il pasto (buonissimo!) il tavolo ha cercato di decidere se fosse più buono l’Etna Rosso Pietrarizzo o il Trimarchisa ma c’è stata perfetta equità.

 

Unica pecca del viaggio? L’Etna non si è degnato in tre giorni di mostrarsi a pieno fino in cima alla sua punta…