Perché l’olio extravergine a 3 euro al litro è un danno enorme per il futuro dell’Italia?

Siamo in molti a nutrire una passione per l’olio extravergine d’oliva e sempre di più s’infoltisce la schiera degli estimatori, tanto da aver raggiunto una massa critica sufficiente ad affermare che non si può accettare la deregulation e la mancanza di tutela per questo prodotto. È giunto il momento di rifiutare la disinvoltura con cui viene manipolato, sempre più evidente è la necessità di un cambiamento di rotta che non può più essere rimandato: l’olio extravergine per definirsi tale deve essere extravergine per davvero! E ci impegneremo perché lo capiscano tutti.

Immaginatevi che in un supermercato un generico “Brunello” o “Barbaresco” o “Champagne” sia venduto in cartone bag-in-box a 3 euro al litro. Senza troppe spiegazioni in etichetta, controlli o pretese di eccellenza, quei “vini” andrebbero ovviamente a ruba, anche se tutti sanno che una buona bottiglia di vino sarebbe meglio comprarla in enoteca e rassegnarsi a pagarla il prezzo che vale. Anche l’olio extravergine si può trovare al banco a 3 euro. Tutti si chiedono come. La risposta è semplice: si tratta di un olio d’infima categoria, un prodotto al limite della commestibilità. Per fortuna sempre più consumatori e commercianti esigenti cominciano a rendersene conto. Ma non tutti realizzano che quei prezzi mascherano una frode da troppo tempo tacitamente consentita dai governi italiani ed europei, un “patto” che permette lo sviluppo di certe aree a scapito di altre, l’economia di alcuni paesi e l’impoverimento agroalimentare di altri.

È stato Veronelli il primo a lanciare il grido di dolore, nel lontano 2002, il primo a denunciare la frode: una nave partita dalla Turchia, carica di olio di nocciola era diventato sulla carta olio extravergine. La nave venne sequestrata ma era solo una fra le tante navi cisterna in transito verso i porti europei. In quelle navi l’olio di semi si trasforma miracolosamente in olio extravergine d’oliva attraverso una semplice falsificazione dei documenti di accompagnamento. Da allora molte cose sono cambiate, almeno sotto il profilo della consapevolezza dei produttori; infatti gli olivicoltori che puntano a un olio di qualità sono aumentati e sempre di più le Guide svolgono una importante azione di orientamento attivandosi con manifestazioni di ogni tipo.

Per questo oggi, rispetto a 17 anni fa, i tempi sono maturi per imporre al comparto industriale dell’olio il rispetto delle regole. Per essere chiari: tutti gli oli che ambiscono alla denominazione extravergine devono passare, oltre all’analisi chimica anchel’analisi sensoriale!(al momento l’unica analisi applicata sulle partite industriali è quella chimica perché chimicamente è possibile adeguare i valori analitici). L’olio deve invece passare anche l’esame sensoriale,una disamina in cui una commissione valuti attraverso l’assaggio se l’olio è davvero extravergine o se rientra invece in altre categorie merceologiche come olio vergine di oliva o olio lampante.

In realtà la legge esiste, ma va applicata! Nessun produttore di vino o olio può ricevere la fascetta con la denominazione Chianti Classico DOP senza che vino o olio vengano prima assaggiati dalla commissione. Così deve valere anche per l’extravergine dell’industria.

Altra cosa di estrema urgenza e importanza da chiedere: abbassare il valore dell’acidità libera dell’olio – ora consentita a 0,8 – a massimo 0,2. L’acidità libera dell’olio è un parametro chimico (NB: non percepibile all’assaggio) importante per determinare la qualità di un olio di oliva. Il livello massimo per l’extravergine fissato a 0.8 % dal COI (Consiglio Olivicolo Internazionale) e da altri organismi regolatori è troppo alto per fornire garanzia di qualità: un extravergine eccellente ha in genere un’acidità libera dello 0,2 %, se non addirittura inferiore, e un olio con più dello 0,5% rischia invece la mediocrità.

Perché dunque il COI mantiene la maglia così larga? La risposta è purtroppo facile: per consentire alle grandi compagnie di inondare il mercato con un olio “extravergine”, in realtà mediocre, a prezzo stracciato e senza alcuna preoccupazione per il grado di nocività. Tutto questo ha un effetto deleterio per l’economia, il lavoro, la salute, le coltivazioni, il paesaggio. Proviamo a immaginare che impennata avrebbe il mercato nei confronti del “vero” extravergine di oliva nel momento in cui venisse a mancare la grande massa grassa che predomina nella vendita all’ingrosso! Un intervento del genere permetterebbe alla produzione dell’extravergine, di un extravergine “reale” e non fasullo, di rinascere in tutta l’area del Mediterraneo, con un conseguente ripopolamento del settore agricolo e rinnovati investimenti da parte di imprenditori impegnati nella qualità, dunque con rispetto per l’ambiente e con la giusta retribuzione.

Adottando un protocollo condiviso di produzione per la qualità dell’olio extravergine, tutto cambierebbe davvero, perché i finanziamenti europei andrebbero finalmente a incoraggiare privati e aziende che abbiano lo scopo di una elevatissima e riscontrabile qualità. Anche l’Italia potrebbe rimettere in produzione quelle migliaia di ettari di olivi abbandonati che mortificano i paesaggi stupendi di Calabria, Campania, Basilicata e tante altre regioni dove non è più conveniente la coltivazione. Le olive verrebbero raccolte dalla pianta anziché – ormai marce – da terra e giungerebbero al frantoio intatte. Nessuno si potrebbe più lamentare che la cura della terra non è remunerativa!

Sono finanziamenti che sarebbe intelligente veicolare anche per gli oliveti della Grecia e del nord Africa, impiegando nell’agricoltura intere popolazioni e riportando stabilità, benessere e speranza in un’area altrimenti destinata alla migrazione o, peggio, al reclutamento da parte dell’estremismo.
Nel mercato un olio marocchino la cui qualità fosse ugualmente certificata e garantita avrebbe pari prezzo e pari dignità di un olio toscano. Il “vero” prezzo dell’olio extravergine creerebbe reddito nelle campagne alzando il pil di tutti i paesi coinvolti.Tutto questo potrebbe partire dall’Italia, dalla nostra consapevolezza agricola, dalla ricchezza di cultivar (più di 500, una ricchezza inestimabile!), da noi che fino a poche generazioni fa siamo stati quasi tutti radicati nelle nostre campagne. Lo dobbiamo ai nostri antenati che nel tempo hanno avuto cura del nostro territorio e del suo patrimonio cognitivo, continuamente filtrato dall’esperienza e accresciuto. Lo dobbiamo a tutte quelle mani che hanno curato, assistito, accarezzato la crescita di quei sontuosi olivi millenari della Puglia, oggi assediati e soccombenti dall’emblematico parassita devastatore della xylella fastidiosa e altre fitopatologie dovute all’incuria del terreno.

Il know-how acquisito in Italia dai produttori di oli di altissima qualità è enormemente elevato, le esperienze sono ormai consolidate e trasformate in pratica quotidiana. Non sarà difficile stabilire un protocollo per replicare un modello ormai sicuro e acquisito in tutti i paesi dove è presente l’olivo.

Le partite di olio mediocre sarebbero classificate secondo la loro vera classe merceologica e il consumatore potrebbe finalmente cominciare a capirci qualcosa. E col tempo magari – così com’è accaduto col vino – iniziare a farsi una cultura dell’olio, imparando a distinguere caratteristiche e giusti abbinamenti. Il ristoratore meno esperto imparerebbe a mettere in tavola un olio perlomeno privo di difetti, evitando così di sciupare i piatti ottimi della tradizione.

Abbiamo davanti una grande storia di rinascita da tutti i punti di vista, un modello che si potrebbe replicare su tantissime altre produzioni alimentari. A fronte di questa consapevolezza, il prezzo non apparrà più spropositato per un alimento così prezioso e cruciale, e l’olio extravergine d’oliva tornerà ad avere il suo vero importantissimo significato.

Questo articolo è comparso sul sito www.olissea.it