Perché la Gran Selezione non è la Grande Soluzione

Chianti Classico Collection 2009 1Dopo essere stata ampiamente annunciata la Gran Selezione (GS) è, alla fine, realtà. Da, più o meno, fine estate vedremo sugli scaffali delle enoteche tre tipi di Chianti Classico: Annata, Riserva e GS, in rigoroso ordine qualitativo crescente secondo il programma del Consorzio di Tutela che ha inaugurato il progetto nella sala dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Nell’intento del Consorzio e nella speranza di tutti, la GS riporterà il Chianti Classico al vertice della produzione viticola mondiale, restituendo al Gallo Nero un posto di primo piano sullo scenario enologico mondiale.

 

Convinto delle buone intenzioni degli autori di questo progetto, pensato e realizzato per ovviare alle difficoltà della denominazione, non posso però esimermi da una critica che entri nel merito della nuova dicitura.

 

Veniamo a quali sono i due assunti principali di questa nuova etichetta per differenziarsi da quelle esistenti, tralasciando la maggiore permanenza in cantina della GS che non compete l’essenza stessa della nuova nata.

 

La Gran Selezione dovrà:

  • essere realizzata con uve integralmente prodotte dall’azienda. 
  • avere parametri chimico-fisici particolari rispetto alle altre due tipologie.

 

Il concetto di integralmente prodotto mi pare una specifica accessoria più che uno snodo basilare per definire la qualità di un vino. E se un’azienda di grandi dimensioni potrà fregiarsi di questa postilla per identificare maggiormente la propria produzione, dall’altra parte chi ha sempre operato con uve di proprietà e pochi ettari a disposizione vedrà la sua Riserva non più considerata come punta qualitativa della denominazione. Scoraggiare di fatto l’acquisto di uve mina una pratica sempre esistita che ha permesso a generazioni di vignaioli la possibilità di guadagnare attraverso la viticoltura, senza affrontare l’oneroso impegno dell’imbottigliamento, parziale o totale, della produzione. In modo paradossale integralmente prodotto opprime il valore della terra e il lavoro del vignaiolo delegando la qualità di un vino solo all’appartenenza del suo marchio a questa o a quella azienda.

 

Per quanto concerne la definizione di GS attraverso caratteri chimico-fisici, la descrizione fornita dall’enologo Franco Bernabei, uno dei tecnici chiamato a focalizzare l’aspetto della GS, appare anacronistica. Ma davvero si pensa che maggiori siano i valori del grado alcolico, dell’acidità, del PH o di qualsiasi componente del vino in oggetto, maggiori saranno le caratteristiche qualitative del vino in questione? È ormai patrimonio comune che la qualità del vino non possa prescindere dalla sua personalità. Questa è diretta espressione di un territorio, della qualità delle sue uve e, non ultimo, dei suoi interpreti. L’incredibile diversità dell’areale Chianti Classico con tutta la varietà dei suoi protagonisti regalano vini dalle personalità cangianti e caratteristiche difficilmente riconducibili esclusivamente a dati analitici. Un insieme complesso, costituito da realtà di dimensioni variabili, che la GS appiattisce in una prestazione enologica fine a se stessa.

 

La GS così come è stata pensata ci pare un’idea poco in linea con in tempi, basata sulla forma più che sulla sostanza, che parla troppo di enologia e non abbastanza di variabilità territoriale. L’intera denominazione viene a essere trainata da una nuova tipologia di vino-icona che pretende di aprire le porte alla conoscenza di un territorio mentre ne vela le enormi diversità.

 

Il primo obiettivo è quello di dare valore alla terra Chianti Classico per un percorso virtuoso che dovrebbe portare ogni vignaiolo a ottenere dal suo lavoro il giusto compenso in qualsiasi filiera produttiva scelta.

 

Le speranze sono affidate a un’ultima slide fatta velocemente passare da Bernabei della quale ho solo intravisto il punto in cui si parla di specifiche comunali dalla denominazione come impegni futuri presi dal Consorzio. Questa è a mio avviso la strada da percorrere. Vedremo come si realizzerà questo tipo di dialogo tra un territorio che deve essere conosciuto per la sua ricca complessità enologica e una nuova, ingombrante, presenza la cui forza motrice rischia di strappare le maglie minute ma fondamentali del tessuto produttivo.