Pensiero Comune sul Chianti Classico

23563756_il-nuovo-gallo-nero-gonfia-il-petto-canta-1Peccato che in tutte le modifiche apportate alla denominazione Chianti Classico non abbia trovato posto l’idea di una menzione comunale aggiuntiva. Lo dico, perché credo esistano peculiarità diverse e affascinanti nei vari comuni che compongono il Gallo Nero.

 

Non è tanto una sete di gerarchia a muovere il mio rammarico, quanto una voglia di conoscenza maggiore. Il quadro della viticoltura chiantigiana è un affresco immenso di umanità e vocazioni variegate. Un paesaggio enologico grandioso ma che andrebbe focalizzato attraverso una maggiore cura del dettaglio. Non basterebbe certo a rendere più chiara la comprensione dei vini prodotti ma aiuterebbe a fissare dei punti di riferimento. 

 

Avere il nome di un comune in etichetta mi aiuterebbe a localizzare il produttore di vino. Potrei usare quel riferimento geografico come una lente di ingrandimento per vedere vigne, versanti, boschi che sfuggono se a descrivere la mia bottiglia compare solo retorica commerciale.

 

IMG_0522Questo ho pensato l’altra settimana quando nella visita all’azienda Querciabella di Greve in Chianti sulla collina di Ruffoli (vedete già l’utilità di un paio di nomi geografici) ho potuto assaggiare tre sangiovese provenienti da tre diversi comuni del Chianti Classico: Radda, Gaiole e appunto Greve.

 

Un assaggio in anteprima dato che i vini, vendemmia 2011, usciranno il prossimo anno e, probabilmente, saranno venduti insieme.

 

È stato bello riconoscere nei dettagli gustativi un’idea (forse indotta, ma non credo che sia questo il punto) di sfumatura territoriale, un timbro diverso dettato chiaramente dal mutevole carattere dei suoli e delle esposizioni. Greve, in quel determinato luogo, ha espressione fruttata intensa, lieve e dal tannino carezzevole. Radda ha scorza d’arancia e austerità con tannino presente e rivestito di succo. Gaiole ha profondità di frutto balsamico e materia potente.

 

Per carità, non un’esperienza esaustiva, ma credo che se il Consorzio, con i suoi strumenti di marketing, ragionasse su questo aspetto per promuovere il territorio, troverebbe molti produttori pronti ad ascoltare.

 

 

  • la faccenda è complessa e ci sono molti produttori (vedi Badia a COltibuono mica bruscolini) che sono contrari per il fatto he sostengono che il realtà il territorio del Chianti Classico è in realtà un frattale complesso che vede quasi in ogni comune delle caratteristiche simili ad altri comuni. In pratica ci sono vini di Gaiole molto più differenti tra loro che due vini da due comuni diversi perchè vengono da sottosuoli simili. Quindi la suddivisione in comuni e sottozone di produzione risulterebbe difficile da delimitare e si limiterebbe ad un’operazione di brand e poco più.
    Di certo però funzionerebbe (sulla carta) meglio della Gran Selezione soprattutto perchè nelle ipotesi iniziali da parte del Chianti Classico c’era quella di far entrare nella tipologia pezzi da 90 come Fontalloro o Flaccianello della Pieve mentre ciò non accadrà.
    Quindi, menzioni di carta per menzioni di carta, meglio commercializzabile quella per sottozone la cui reale trasposizione in termini di profumi sensazioni e gusto è tutta da dimostrare

    • Ciao Andrea, è naturale che ci siano ampie differenze all’interno dello stesso territorio comunale, per questo in Piemonte e in Borgogna esistono anche delle sottocategorie che si chiamano menzioni geografiche o cru. Un primo passo sensato è quello di trovare dei terrori omogenei al proprio interno e poi porzionare ulteriormente quella zona con nomi geografici e non di assoluta fantasia… Insomma, la Toscana ha un fascino grandissimo e potenzialità ancora più ampie, ma non può pensare di vendere esclusivamente il brand principale all’infinito, i consumatori stanno crescendo in quanto a consapevolezza e prima o poi richiederanno alle cantine di compiere un salto di qualità…

    • fabio

      Ciao !!La questione è certo complessa. Però iniziare a promuovere il territorio partendo da un dato certo come i differenti comuni di appartenenza, sarebbe un primo passo verso la valorizzazione orizzontale di tutte le realtà operanti nella denominazione. Poi, sempre nel migliore dei mondi possibili, da lì, iniziare a differenziare i singoli versanti e le microaree. Pensa che bello se è un giorno potessimo dire di un vino di San Casciano senti come “Raddeggia” o viceversa, significherebbe che la consapevolezza geografica è riuscita a tracimare gli stessi comuni per diventare patrimonio condiviso.

  • Pur possedendo un’impostazione più bordolese dei bordolesi stessi, in Toscana il brand Castello-Tenuta-TitoloNobiliare vale commercialmente più di qualunque menzione geografica, si potrebbe iniziare a fare qualche piccolo passo in questa direzione invece di tentare di inglobare e fagocitare all’interno della denominazione tutti quei celebri Supertuscans che mai i produttori si sognerebbero di far tornare a DOCG.
    Non pretendo di mappare mezza Toscana zolla per zolla (cosa che sarebbe peraltro auspicabile anche se difficile e complessa), ma almeno inserire in etichetta la menzione comunale credo sia possibile e semplice da realizzare.
    La provenienza geografica deve vincere su tutto, se poi esistono vini di Comuni diversi che hanno caratteristiche simili non credo sia un problema. Esistono pur dei Margaux o dei St. Julien che somigliano a Pauillac o ad altri vini, che problema c’é?

  • Monica Raspi

    Il suggerimento è stato fatto in assemblea da moltissimi piccoli produttori, me compresa. Non avete idea dell’intasamento che si è creato nelle nostre poste elettroniche accanto o meglio sopra la discussione intorno alla “Gran Selezione”. L’opposizione a questo suggerimento nasce dal timore che possa creare confusione nel mercato, ma non ne crea ancora di più forse una denominazione dal nome un po’ zoppicante che si inserisce al di sopra del prodotto di punta? Cosa diventa la mia Riserva, una mezza punta? Penso anch’io che il fine fosse quello di raccattare vini blasonati che resteranno fuori da questa denominazione per parola dei produttori stessi. La divisione per comuni è interessante e intrigante per i cultori del vino, ma anche per i molti piccolini e muti. Credo che fosse doveroso continuare a discuterne, e tentare di darne comunicazione insieme alla tromba del nuovo galletto, ma l’argomento sembra per il momento archiviato

  • Julien Luginbuhl

    Scusate se mi dilungo troppo e in modo sconclusionato, ma è un vizio genetico 😉 …mi inserisco adesso, a 30 anni, dopo un pò di studi e qualche esperienza altrove, in quello che è il mondo viticolo-enologico riprendendo il lavoro che mio Padre ha portato avanti fino ad oggi in un azienda di 7 Ha a castellina in Chianti.Sarò forse giudicato troppo romantico e ingenuo o troppo polemico ma spero che nessuno me ne voglia per questo e che si capisca il senso del mio pensiero !

    Trovo giusto rispondere all’interesse dei consumatori fornendo indicazioni chiare sul prodotto che stanno acquistando e bevendo ma credo, parere personale, che, come al solito, ci (in questo caso il Consorzio e i produttori consorziati) si perda all'”italiana” dietro a questioni di immagine e poco contenuto ottenendo il risultato contrario!!! Si è sentito già in fase preliminare discorsi su colori del gallo per distinguere produttori imbottigliatori, imbottigliatori e basta ecc… si è sentito parlare di distinguere i comuni ecc.. ecc..
    Per arrivare poi a formulare un Gallo dal becco aperto e zampa a terra e inserire una “selezione” !
    Personalmente penso che siano tutte complicazioni aggiuntive alla situazione di crisi identitaria e economica che il Chianti CLASSICO vive….!
    L’UNICA COSA DA COMUNICARE, A MIO AVVISO, ERA:”IL CHIANTI E’ UN TERRITORIO FISICO DELIMIATATO, L’ORIGINALE E UNICO VINO CHIANTI LEGATO AL TERRITORIO A VOCAZIONE VITICOLA STORICA E’ QUESTO”.

    Non penso che il becco aperto di un nuovo galletto aiuti a risollevare il nome del nostro prodotto e penso sia un errore inserire nuove complicazioni che sia di “selezione” o di comune in più…!!

    In un enoteca avremmo poi: chianti generico, chianti rufina, chianti colli senesi, chianti colli fiorentini, chianti classico (base-riserva-selezione), chianti classico radda/castellina/gaiole/greve/poggibonsi/castelnuovo in combinazione con base/riserva/ selezione…..!! AAAAAHHHH CEEERTOOO ADESSO SI’ CHE E’ PIU’ CHIARO DI PRIMA E CI DISTINGUIAMO PER L’ECCELLENZA UNICA E DI GRUPPO, CHE DOVREBBE RISALTARE DAI VINI CHIANTI CLASSICI!!!
    Il problema, sempre e solo a mio avviso, è riconducibile ad un meccanismo di gestione politica del nostro panorama generale.
    Intanto troppo pochi agricoltori del Chianti hanno il pane in tavola che dipende esclusivamente dal loro lavoro agricolo (grandi o piccoli che siano, bio, biodinamici, naturali, liberi o tradizionali che siano) altrimenti ci sarebbe forse più partecipazione e incazzatura PRATICA piuttosto che verbale in tutta la pesantezza che si riversa sull’agricoltura italiana in genere!
    Probablmente il tornaconto poco democratico, come è quello del consorzio, dove in 5 produttori hanno la maggioranza su 600 consorziati, non ha nessuna intenzione (conscia o inconscia) reale di risollevare il marchio…distribuendo così decine di migliaia di euro per un galletto dal becco aperto esposizioni sulle differenze fra chianti classico e chianti generico che sottolineano sesti di impianto di 4400 per il primo e 4000 per il secondo (quando tecnicamente si trovano alte densità di oltre 10.000 piante a Ha fino a 2000 p.te/Ha in entrambi) e cazzate del genere….Io la vivo come un offesa all’intelligenza e alla conoscenza tecnica tanto del consorziato quanto del consumatore!
    Riguardo alla selezione, non ha senso, quanto ne ha oggi poco il riserva se non si accosta ad una correttezza morale produttiva delle aziende: anche qui tecnicamente la differenza si basa su qualche punto in più di ceneri (residuo secco) .. che personalmente non credo indichi la qualità del vino.
    Già il Riserva di per sé acquisterebbe più valore e senso commerciale se l’onestà del produttore lo portasse a proporre un riserva solo negli anni di qualità “eccezionale” conferendo un plus-valore qualitativo ed economico al prodotto.Assistendo invece alla presentazione di riserva ogni anno (che sia un annata difficile, piovosa, eccessivamente secca ecc..) perde significato!
    Il bello di un vino è pensare che sia fatto con un uva e che rispecchi quella materia prima e quell’annata produttiva che si può ricercare alla degustazione combinandola con le scelte di vinificazione dei singoli produttori !!

    A me non soddisfa bere un bel vino corposo, tannico, strutturato, magari “ruffiano” come piace al consumatore educato (inconsciamente o meno da giornalisti del settore, riviste, guide e università stesse) un anno in cui è piovuta tutta l’estate o la siccità a reso impossibile un tale risultato! Mentre mi soddisfa farlo quando efettivamente rispecchia le potenzialità di un annata!
    Credo Inoltre che il consumatore attento e interessato che beve un Chianti Classico di un azienda già di partenza sà dove si trova quell’azienda! Lo sbaglio che si continua a perpetrare è quello di creare competizioni macro o micro di qualsiasi genere, quando un territorio piccolo come il Chianti dovrebbe lavorare unitamente col risultato che tutti quanti ne trarrebbero vantaggio di notorietà! Vi saluto provocatoriamente lasciandovi il gusto di disquisire se era meglio un gallo con la cresta a 4 o 5 punte, se le piume devono essere lunge o corte, sulla selezione che : ” un riserva può anche essere selezione e la selezione può anche essere riserva…!..?…” intanto penso a chi chiude e a chi lotta provando a svendere i vini per guadagnare il pane in tavola 😉 !! AI CONSUMATORI RISPONDO CON UN : ” MI SPIACE …TENTEREMO DI FARE CHIAREZZA” e non è escluso che magari qualcosa cambi pian piano!! Cin Cin 😉 !!