#NONFACCIAMOCIDELMALE3 Oh mio Bio!

Se nelle prima due puntate di questa serie – puoi leggere la prima cliccando qui e la seconda cliccando qui – ci siamo occupati di come, in giro per il Belpaese, esista una tafazzista tendenza a creare dei vini che fanno concorrenza alle più note e giustamente blasonate denominazioni, imitandone la base ampelografica, i segni distintivi, il packaging e alla fine qualche volta pure il nome, questa volta vorremmo occuparci di un altro grande filone del vino italiano che, come sempre accade quando il successo arride, si trova oggi sotto i fari dell’imitazione, più o meno consapevole.

Il riferimento, come il titolo dovrebbe avervi suggerito, è al Biologico.

Ormai dal 2012, il Vino Biologico è diventato realtà in Europa.

Prima si poteva produrre solo vino da uve biologiche, perché la certificazione era possibile in vigneto, ma non esisteva un disciplinare per la cantina. Nel 2012, finalmente questo disciplinare è arrivato e sebbene sia perfettibile, come ogni prodotto umano e sebbene si possa produrre vino rispettando limiti e dandosi obbiettivi più stringenti e caratterizzanti rispetto a quelli definiti nel disciplinare del Bio, certamente si tratta di una cosa seria.

Il Vino Biologico è solo quello certificato. Chi lo certifica sono gli organismi che il MIPAAF autorizza a svolgere questa funzione. La certificazione è un atto volontario dell’azienda che vi ricorre se pensa di poterlo fare e paga per farlo.

Attenzione, non è vero che chi non fa vino biologico non ha limiti, usa le sostanze che vuole e non può essere controllato. Ci mancherebbe altro!

Chiunque produca deve tenere registri, avere patentini per svolgere determinate attività, sottoporsi ai controlli di tutte le autorità che possono venire in azienda e cantina, dai servizi di prevenzione infortuni ai responsabili ASL della salubrità degli alimenti.

Però chi fa Bio accetta di percorrere una strada un po’ più stretta e di non cercare scorciatoie: deve rinunciare al diserbo e alla difesa attiva fatti con prodotti di sintesi, deve rinunciare a una serie di prodotti e di tecniche in cantina. Infine, deve accettare di produrre vini con limiti più bassi di SO2.

Il premio, dopo tre anni di conversione, se il vigneto non è già nato biologico, è il certificato con l’agognata fogliolina che si può mettere su bottiglie, sito e materiali aziendali, ma sempre indicando se si tratta di agricoltura UE, il codice di chi controlla, il codice del controllato.

Chi imita i segni del biologico senza averne diritto, subisce multe pesanti. In particolare, le subisce chi faccia riferimento non solo all’aggettivo biologico, ma anche soltanto al prefisso “Bio” che è considerato dalle corti sufficiente a far sì che il consumatore pensi al biologico.

Per questo, se si scrive Bio su una bottiglia, questa deve essere di vino biologico (che, poi non lo ripetiamo più!, è solo quello certificato ai sensi dei regolamenti 834/2007, che disciplina l’agricoltura, e 213/2012, che regola la cantina).

Non ci consta invece che ci siano pronunce riguardanti l’uso della sola parte “logico” per chiamare un vino, ma ci sembra un bel caso di #nonfacciamocidelmale quello di chi lo usa. Analoga scelta discutibile, sebbene certamente non rappresenti un illecito, il caso di chi separa bio e logico, sulle proprie etichette, per rafforzare presumiamo, ma non senza rischi per quella che è la capacità del consumatore di comprendere. A cosa ci riferiamo? Al fatto che il consumatore che legge Bio-Logico invece di Biologico risulta indubbiamente confuso. E questo, peraltro, non rispetta le norme in vigore.

Lo stesso dicasi di chi produce vino biologico, lo dice in occasioni pubbliche o magari sul materiale aziendale ma NON lo scrive in etichetta. Anche in questo caso, abbiamo la confusione del consumatore, che non saprà se credere alle parole o all’etichetta.

Chi produce vino biologico può decidere di non rivendicarlo. Ne ha senz’altro diritto, ma non può dirlo in nessuna sede. Non può invece scegliere di non scriverlo in etichetta ma, al tempo stesso, farne comunicazione in qualsiasi altra maniera.

E se quelli appena ricordati sono casi che potranno sembrare lievi, nel maneggiare la parola biologico e l’affidamento delle persone, non ci sembra che si possa dire lo stesso per i casi del vino biotico(e universale) e del vino simbiotico.

Si tratta, nel primo caso, di una produzione limitatissima di vini da vigne che, asseritamente, non vengono in alcun modo trattate con qualsivoglia sostanza. Si comprende che il viticoltore voglia dire che ha scelto una strada ancora più impervia di quella biologica e pure biodinamica (parola che costituisce un marchio registrato risalente a molti anni prima della creazione legale della categoria “biologico” e quindi legittimamente in uso), ma perché usare una parola che riecheggia quella di una categoria legale? Perché non scegliere un aggettivo che non sia somigliante?

Meno spiegabile ancora è la scelta dell’azienda dai grandi numeri che utilizza l’espressione “simbiotico”. Almeno in quest’ultimo caso il tafazzismo sembra proprio sconfinare nell’italico vizio di cercare il miglior vento per le proprie vele: trattasi infatti di un vino prodotto non rinunciando ai prodotti di sintesi, ma riducendoli.