#NONFACCIAMOCIDELMALE #1: In principio fu il Gran Dessert

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Con questo articolo comincia un filone che vorremmo ricco di contributi da tutta Italia. Ci occuperemo, infatti, di quando i produttori di vino di una area baciata dalla buona sorte iniziano a intraprendere azioni che hanno il potenziale per incrinare, gradualmente, il buon nome di una denominazione.

Non parleremo di frodi o di illegalità, in primo luogo, anche se ci emergeranno dei profili di incongruenza con le norme esistenti. Parleremo di scelte di politica produttiva che, pur apparendo ai più del tutto legittime, hanno un prezzo salato, che paga la denominazione di origine, ovvero quel bene comune che, giova ricordarlo, non è proprietà di chi oggi produce, ma valore di un territorio intero, da salvaguardare, prima ancora che da sfruttare, nell’interesse delle future generazioni.

 

IN PRINCIPIO FU IL “GRAN DESSERT”

Ci risiamo, ho pensato quando a tavola da cari amici ho trovato la bottiglia che vedete in queste fotografie.

 

 

 

Tralasciamo gli aspetti di illegalità della presentazione e dell’etichettatura del vino (con solo una nota storica: già nel 1845, la Veuve Cliquot-Ponsardin vince la sua causa contro produttori di vino spumante che stampavano sui propri tappi la dicitura AVIZE pur senza avere sede produttiva nel celebre borgo), concentriamoci sulla sostanza.

Cosa abbiamo su questa tovaglia variopinta? Abbiamo un prodotto che dice “Valdobbiadene” a più riprese, parla addirittura di “millesimato” (pur senza recare l’annata…), ha le bollicine. Insomma, si presenta in modo analogo a un Prosecco, sembra venire dal cuore della zona del Prosecco, è uno spumante extra dry come gran parte del Prosecco quindi… NON è un prosecco.

Siamo davanti ad una bottiglia che rappresenta la tipologia di prodotto che ci sembra giusto mettere sotto la lente di ingrandimento. Un vino generico, per il quale non è dato fare alcun riferimento geografico né tantomeno vestire le piume che spettano ad una DOP, che arriva sul mercato e viene comprato/venduto come alternativa (cheap?) al nome geografico che ormai, in Italia, si usa come sinonimo di spumante.

Dove sta il problema?

Al di là della questione della correttezza della presentazione e dell’etichettatura (millesimato senza annata; Valdobbiadene sul tappo in modo evocativo di una DOCG), la questione principale sta, secondo noi, nella scelta di produrre e commercializzare un vino simile vestendolo con segni che sembrano quelli di un Prosecco e vendendolo nel circuito e attraverso la medesima distribuzione del Prosecco.

È notorio infatti che prodotti di questo tipo sono proposti a bar e in particolare cocktail-bar come surrogati a buon mercato per produrre spritz in quantità. L’immagine che segue viene proprio da un locale di tendenza e presenta le stesse caratteristiche del prodotto già visto in precedenza.

Anche qui un millesimato senza annata, un nome che ricorda una delle località più celebri per la produzione di uva glera (Colbertaldo) e in più la menzione del sito internet aziendale, che guardacaso si chiama “proseccocolbe.com”.

Lo ripetiamo – al di là delle questioni di etichettatura, che ci sono e sono molteplici, ma qui ci interessano relativamente – pensiamo che il problema principale sia altrove.

Quando accanto alle bottiglie di un vino chiaramente riconoscibile, perché dotato di una denominazione di lunga tradizione e molto ben connotata, appaiono bottiglie di vini prodotti dalle stesse aziende protagoniste della denominazione, con caratteristiche non troppo distanti, presentati analogamente, vendute nello stesso circuito o addirittura presentate come la versione economica delle prime, ci perde inesorabilmente la denominazione.

Ecco perché questo articolo inizia con “in principio, fu il Gran Dessert”.

Quando l’Asti DOCG veleggiava oltre gli 80 milioni di bottiglie, sul mercato inziarono ad apparire, sotto la griffe delle stesse “maisons” grandi produttrici della dolce bollicina piemontese, dei vini dolci aromatici senza alcun legame col territorio, ma ineluttabilmente somiglianti agli occhi del consumatore meno esperto.

 

 

Da allora, le bottiglie di Asti DOCG si contraggono ogni anno (tanto che dopo una annata scarsa come il 2017, gli stock in cantina sono ancora oltre i 400mila ettolitri e hanno determinato la scelta di rese ridotte rispetto ai limiti del disciplinare anche nel 2018) mentre le bottiglie di Gran Qualcosa (Dessert, Auguri, Brindisi e simili fantasie) continuano ad essere diffuse, in particolar modo in una certa fascia di GDO e all’estero.

Sia chiaro: non sono gli spumanti generici aromatici l’unica causa della crisi dell’Asti DOCG: solo un pazzo potrebbe sostenerlo, ma certamente, quando da almeno 6 anni la denominazione regina è in costante calo di produzione (cui corrispondono stoccaggi sempre più massicci) mentre si continuano a produrre “in casa” bottiglie concorrenti, in numeri non conoscibili e con un prezzo concorrenziale, qualche dubbio di opportunità sorge spontaneo. Non sarà che anche nel vino vale una massima analoga a quella ben nota agli studiosi di economia: moneta cattiva scaccia moneta buona?

 

Il Sistema Prosecco è protagonista da anni di una crescita straordinaria, seguita all’intuizione indiscutibile, nel 2009, di mettere in sicurezza un nome felice riferendolo a un luogo e non più ad un uva.

Noi siamo da sempre fautori del Prosecco prodotto in modo oculato, rispettoso dell’ambiente e soprattutto sulle colline trevigiane che a questo vino hanno dato i natali. Per questo, vedere quelle che ci sembrano le prime avvisaglie di un ramo che viene segato da chi ci sta seduto sopra non possono che preoccuparci e molto.

Non vi è dubbio, infatti, che innescandosi la dinamica di ribasso dei prezzi che sempre viene determinata dalla concorrenza con prodotti economici ma non facilmente distinguibili, a farne le spese saranno quei produttori che, lavorando sulle ripide colline che da Asolo corrono fino a Conegliano non possono competere con le economie di scala possibili a coloro che invece producono glera in areali pianeggianti o comunque facilmente meccanizzabili.

Ci piacerebbe davvero che, con uno sforzo di coordinamento che i consorzi del Sistema Prosecco possono senz’altro fare, ad una lotta fratricida potenzialmente letale non si arrivasse mai.