Monfortino e Clos de Tart in verticale

Monfortino:Clos de TartCon la seconda edizione di Le Loro Maestà gli amici di Artevino hanno regalato ad appassionati di vino, ancora una volta, un’occasione imperdibile di avvicinarsi al magico mondo di due territori  eccelsi come la Borgogna e il Piemonte e approfondire l’affascinante concetto di terroir.

 

Fuochi d’artificio subito in partenza con una magnifica verticale il sabato pomeriggio, più che uno scontro un vero incontro tra titani: da una parte il Clos de Tart, maestosa espressione del pinot nero a Morey-Saint-Denis, dall’altra il Monfortino,  leggendaria etichetta italiana, uno dei vini più ricercati, longevi e grandiosa espressione del nebbiolo di Serralunga d’Alba.

 

La degustazione è stata guidata con grande competenza da Gianni Fabrizio e Giampaolo Gravina, esperti di vini di Langa e Borgogna, che hanno saputo coinvolgere un pubblico di appassionati e giornalisti, produttori di vino ed enologi.

 

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Solo uno dei sei Grand Cru monopole in Borgogna, il Clos de Tart ha la fortuna e particolarità di essere rimasto intatto per oltre otto secoli, cosa piuttosto rara in Borgogna. Dalle suore benedettine dell’abbazia di Notre Dame de Tart fino alla famiglia Mommessin, proprietari dal 1932, la vigna ha cambiato proprietà soltanto tre volte ed è grazie a questa continuità che ha mantenuto un’identità ben precisa. Alla dirigenza tecnica dagli anni ’90 è il capace Sylvain Pitiot, altrettante noto agli appassionati della Borgogna per il suo prezioso lavoro di cartografo. 

Con 7,5 ettari il Clos de Tart è uno dei Grand Cru più estesi della Borgogna. Situato in mezza collina, con esposizione sudest-est, tra 270 e 300 metri di quota e dalla forma pressoché rettangolare è recintato da un muro lungo 1,2 km.  Al contrario della gran maggioranza di vigneto borgognone è piantato a giropoggio per evitare l’erosione. I terreni però non sono omogenei e la vigna è suddivisa in sei diverse parcelle, vendemmiate e vinificate separatamente.  L’età media delle viti è sessanta anni con alcune parti anche secolari. Agricoltura al più possibile naturale, rese basse, un’accurata vinificazione con fino 50% di uva non diraspata, uso esclusivamente di lieviti indigeni e affinamento in barriques 100% nuove (tranne in annate più deboli) regalano un vino di forte carattere e personalità.

Per approfondire

la storia dell’azienda vi consigliamo questo interessante articolo scritto da Clive Coates (in inglese). 

 

Clos de Tart Grand Cru 2006

Ottimo inizio per farsi un’idea sullo sviluppo di questo vino: ancora in stato giovanile ma ben delineato nelle note fruttate scure, non nasconde un cenno di tostatura, note di cacao e un carattere varietale ben evidente.… verso la fine degustazione si fa avanti un frutto più vivo e brioso. Palato slanciato e compatto, ancora leggermente frenato dal legno ma di ottima matteria, densamente avvolta attorno un cuore acido e teso, tannino solido ancora da integrare.

 

Clos de Tart Grand Cru 2002

Da un’annata considerata eccezionale un vino semplicemente squisito che colpisce per brillantezza fruttata e sapidità: intenso ed espressivo già al naso, quasi bizzarro nelle note fruttate mature ma integre, con curiosi tratti saporiti, cenni chinati, sviluppa nel bicchiere addirittura un velo di medicinale, quasi di citronella. Palato energico e vibrante, vivo e lungo, con un tannino ultrafine e setoso. … nonostante una buona concentrazione uno di quei vini che sorvolano il palato con leggerezza lasciando però una profonda incisione.

 

Clos de Tart Grand Cru 1999

Da un millesimo considerato molto buono, generoso sia in termini di quantità come qualità, è un vino che forse ha deluso un po’ le aspettative: parte su intriganti note vegetali e di sottobosco, impreziosito da cenni iodati ma vira presto su note un po’ spente di cacao, china, erbe e foglie secche. Al palato marca molto l’acidità, un vino che sembra ancora crudo e rigido, con finale lievemente amaro. Ma per intenderci, cattivo è tutta un’altra cosa.

 

Clos de Tart Grand Cru 1996

Da un’altra ottima e generosa annata un vino che conquista per eleganza, purezza espressiva e l’armonia complessiva. Al contrario del ’99 parte su note scure e cupe, terrose e di radice ma presto si fa avanti un frutto di meravigliosa dolcezza e profondità. Palato raffinato, integro e compiuto, dove la sensazione di ricchezza fruttata è ben contrastata da una fitta e sapida acidità mentre le note fruttate, speziate e terrose si fondono in una sinfonia eclatante dal lungo riverbero. 

 

IMG_0210La storia del Monfortino non sarà secolare come quella del Clos de Tart ma è altrettanto affascinante: quattro generazioni di vignaioli che con determinazione ferrea hanno creato un vero mito dell’enologia italiana, famoso e ricercato in tutto il mondo, fedele alla più pura tradizione langarola oggi custodita con enorme serietà da Roberto Conterno.

Il vigneto Cascina Francia da cui nasce il Monfortino (solo nelle annate migliori) si trova a Serralunga d’Alba, al estremo lembo sudest della denominazione, al confine col comune di Roddi. È stato acquistato da Giovanni Conterno (padre di Roberto) negli anni settanta, mentre prima si acquistava l’uva per il Monfortino. Ufficialmente una ‘menzione geografica aggiuntiva’ in realtà stiamo parlando di un grand cru a tutti gli effetti: terreni bianchi calcarei con marne bluastre che fanno parte della formazione di Lequio, tra le formazioni geologiche più antiche della zona, e altitudini tra i 360 e 420 metri regala nebbioli di grande struttura e ricchi di tannino che richiedono un lungo affinamento.

 

 

Barolo Monfortino Ris. 2005

Piuttosto introverso in questa fase si concede solo lentamente nel bicchiere con cenni aggrumati, piccoli frutti, tratti ferrosi e balsamici. Palato solido, stretto e compatto, piuttosto rigido adesso ma sembra racchiudere una gran bella sostanza che spetta solo di spuntare.  

 

Barolo Monfortino Ris. 2002

Il miracolo di Serralunga, in un’annata spesso disprezzata dalla critica, certamente non considerata degna d’invecchiamento, questo Monfortino, elevato ben otto anni in botte, si presenta in forma smagliante. Parte subito con un profilo olfattivo più ampio e di bella profondità, note d’erba fresca e deliziosi toni balsamici-floreali. Palato solido e ben piantato, giustamente rigido, chiude su tannini fitti e succosi.   

 

Barolo Monfortino Ris. 1999

Vino entusiasmante che ci ha lasciato a bocca aperta, per gran parte del pubblico il vino della serata, un vero monumento alla classicità del nebbiolo di Langa. Chiuso all’inizio con giusto qualche traccia di sottobosco si apre poi su delle note scure, balsamiche e speziate, qualche cenno aggrumato, di fiori passiti, un velo di iodato, appena un po’ di cuoio oltre mille altre sfumature. Palato di notevole forza, austero ma non rigido,  “gotico” come lo ha giustamente definito Gianni Fabrizio, infiltra le papille gustative e va dritto al cuore. Magnifico.

 

Barolo Monfortino Ris. 1997

Questa invece una bottiglia che ha diviso il pubblico: da una delle tante “annate del secolo”, un Monfortino che abbandona un po’ quel filo conduttore tracciato delle annate precedenti in degustazione: al naso ha note più calde, un profilo più ampio, meno a fuoco, con toni fruttati maturi, di cacao e alcool. Più ampio anche al palato, leggermente scomposto in questo momento: da una parte un profilo fruttato dolce e maturo, dall’altra un’acidità non ben integrata e un’impalcatura tannica piuttosto dura e cruda.