I magnifici 7. I Due Santi alla prova del tempo

«I due santi non siamo noi!» Ha esordito così il simpatico e autoironico Stefano Zonta, proprietario con il cugino Adriano dell’azienda agricola Vigneto Due Santi a Bassano del Grappa, alla degustazione di lunedì sera in Banca del Vino a Pollenzo.

Un “ex astemio”, come si definisce lui stesso, che pur non essendo agronomo, enotecnico, sommelier si è innamorato dei profumi della vendemmia, è stato colpito con violenza dall’adrenalina di quei giorni e ha deciso con tanta passione di rinunciare ad un lavoro in giacca, cravatta e ventiquattrore per riprendere in mano il bellissimo vigneto che i suoi genitori avevano abbandonato negli anni ’70.

E proprio per questo si è imposto di non diventare un industriale del vino ma di fare il vignaiolo per il territorio, per le piante, non per il prodotto, per il guadagno. Aggiunge anche che non essere nato nel vigneto gli ha permesso di avere una grande apertura mentale, non vincolandolo a schemi o saperi tramandati di generazione in generazione ma spronandolo al continuo confronto con viticoltori di maggior esperienza da cui poter imparare.

Lui e Giancarlo Gariglio, curatore della guida Slow Wine, ci hanno accompagnati in una verticale in sette tappe del vino di punta dell’azienda, il Due Santi appunto, un blend di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot.

Ed oltre a conquistare i partecipanti con gli assaggi è stata anche l’occasione perfetta per interrogarsi su un tema molto attuale: può un vitigno internazionale (anzi tre!) parlare il linguaggio di un preciso territorio? O vanno demonizzati perché non abbastanza radicati alla tradizione?

Il Veneto, fatte certamente le dovute eccezioni, non vanta, infatti, una lunga lista di antichi vitigni a bacca rossa autoctoni; anzi proprio nel bassanese, dove sorge l’azienda di Stefano, il rapporto più longevo è quello con il cabernet, che certo autoctono non è, ma che nonostante questo può essere fortemente legato al territorio dove cresce. Si offende se gli si dice che il suo vino è un cabernet; lui afferma piuttosto: «il mio vino è un vino fatto a Bassano del Grappa, nel vigneto Due Santi e, si, con uve cabernet».

La terra bianca, il costone calcareo del massiccio del Grappa (un tempo un’isola marina) non lasciano certo inalterato ogni vitigno che venga piantato qui, anzi regalano sapidità e unicità. Non è da meno il clima, caratterizzato da forti correnti d’aria che rendono il cielo terso e la zona sempre luminosa permettendo alle uve di esprimersi al meglio.

E la grandine poi. Questo si che è il pane quotidiano con cui devono confrontarsi i produttori dell’area. È un fenomeno con cui devono imparare a convivere; devono farsi furbi e trovare qualche espediente che permetta all’uva di recuperare forza dopo il forte stress invece che subirne passivamente le conseguenze. Aggiunge ridendo Stefano: «non mi prendete per eretico, ma a volte ci fa anche comodo, risparmiamo tempo e fatica sui diradamenti!»

Ma la frase che più rimarrà impressa della serata è «non esiste un contadino pessimista!»; anche nelle annate peggiori, e un paio di queste in degustazione ne sono l’esempio tangibile, bisogna portare il raccolto a casa, lavorarlo con umiltà ed avere la sensibilità di capire come comportarsi.

 

2009: IL GIOVANOTTO

È un complimento dimostrare meno della propria età? Perché a questa bottiglia otto anni non li avrebbe dati nessuno! Al naso un’esplosione di frutta rossa, chi sente più il lampone, chi più la fragola, chi anche la violetta, ma sono comunque gli intensi profumi primari a farla da padrone. Si sente perfettamente l’uva, ben matura, il caldo dell’annata e il tannino ben modulato.

Una vendemmia, ci dice Stefano, molto bella sul Due Santi, unico vigneto dell’azienda risparmiato dalla grandine. I grappoli spargoli hanno preso in modo eccellente i raggi del sole. Certo qui è la matrice del vitigno a spiccare e non ancora il territorio, come sarà invece con le bottiglie più vecchie.

2008: IL “FACILE”

Annata facile, “di quelle che così facili – aggiunge il produttore – capitano una ogni 10 anni!” Raccolto importante; vendemmia asciutta; tutti i grappoli integri e con stessa la maturazione; clima molto lineare, ancor più del 2009 che invece aveva subito un picco di caldo a maggio. Forse proprio per questo nel bicchiere è un po’ meno vigoroso e scalpitante del primo vino: è più morbido ma con una dolcezza più misurata. Non dimostra neanche lui i suoi anni ma ha una piacevolezza più rotonda con accenni di maggior complessità. Comincia a venir fuori la salinità del territorio.

2007: LO SPARTIACQUE

«Caldo, caldissimo! Arido!» È questo il ricordo di Stefano se ripensa a quell’estate. È il ricordo di una enorme difficoltà nel cercare il giusto compromesso tra maturazione tecnologica e fenolica, quell’equilibrio tra acidità e zuccheri così difficile da individuare con un clima del genere, anche se si potrebbe pensare il contrario. Si è rischiato di avere un frutto troppo maturo e di perdere la croccantezza nel bicchiere.

Il tannino è più evidente e grintoso ed un pelo più accennata la parte vegetale. Ma da qui in poi la degustazione cambia totalmente faccia, e dal frutto si inizia ad andare verso terroir e cenni più terziarizzati.

2005: IL CARISMATICO

È questo l’anno in cui Stefano e Adriano hanno iniziato ad avere maggiore consapevolezza di quanto fino ad allora avevano fatto, oltretutto era la decima vendemmia del Vigneto Due Santi. E con una memoria di cantina alle spalle sapevano bene come muoversi. Un po’ meno bottiglie delle altre annate, causa una pioggia che si riproponeva puntuale ad ogni tentativo di vendemmia, ma i risultati sono invidiabili. Abbiamo saltato solo l’annata 2006, ma si percepisce davvero il salto: tanta grinta, tanta energia, tanto carisma, termini non propriamente tecnici ma che rendono perfettamente il concetto.

Un vino maturo e adulto che si allunga in bocca senza essere troppo grasso, che si distende sul palato e arriva in gola con grande piacevolezza e con un’equilibrata combinazione tra succo, tannino, spinta e sapidità. Un fruttato iniziale subito seguito dalla complessità degli anni. Il cabernet puntualizza magnificamente le sue grandi capacità di invecchiamento.

2004: LO SFORTUNATO

Perché voi non la chiamereste sfortuna avere otto grandinate in una estate? Ma la natura spesso rimedia da sola ai suoi danni; era, infatti, un anno dalla fertilità fuori dal comune e nonostante la grandine, di frutta ne è avanzata tanta, e la maturazione è arrivata lo stesso.

Il naso ha molto fascino, si perde il classico sentore vegetale del franc e spicca invece la presenza di spezie e tabacco. In bocca è leggero ma allo stesso tempo complesso; lungo, profondo e profumato. Vino di grande beva, che non vuole essere sinonimo di semplicità ma piuttosto di piacevolezza.

2003: IL “BIFRONTE”

Nel 2003 si è davvero patita la siccità. Annata bollente, totalmente senza pioggia, e gli acini sono rimasti pochi e piccoli. L’estrazione è stata lunga, per riuscire a dare fragranza, ed il vino è costruito sui tannini. Ma si sente che c’è stata molta fatica alle spalle. Il produttore, come ha tenuto molto a spiegarci nel corso di tutta la serata, non deve in questi casi perdere la sua positività, bensì lavorare quelle uve con una accuratezza ancora maggiore.

Perché bifronte? Al naso è più complicato e meno appagante degli altri ma in bocca ha invece un certo slancio, una discreta salinità e una buona acidità, tutto ben bilanciato con la sua maturità.

2001: IL DIESEL

Un agosto un po’ freddo ha rallentato la maturazione delle uve ma la vendemmia è stata graziata dalle piogge e l’annata è stata molto produttiva. Erano anni però in cui si vendeva tutto nel minor tempo possibile e di questo Stefano un po’ si pente: il vino del 2001 era un po’ troppo vigoroso all’inizio, ha un po’ deluso le aspettative, è stato messo in commercio ancora troppo “nervoso” e invece… era un diesel! È sbocciato solo dopo anni e quel nervosismo iniziale è stata proprio la sua marcia in più.

Ha un naso di grande fascino, cenni di peperone, spiccati sentori vegetali, e si sente bene il cabernet franc, spina dorsale di questo vino. La sua grande complessità esprime a pieno la longevità delle annate che abbiamo assaggiato per prime e ci anticipa il loro futuro. È un campione molto preciso di come evolveranno i vini di questa azienda nel tempo.

 

 

  • monica raspi

    Sono d’accordo con il collega, forse ci lega l’esperienza comune di esserci innamorati di questo lavoro dopo aver intrapreso in gioventù tutt’altra strada.
    Non bisogna dimenticare che l’Italia è stata meta di scorribande d’oltralpe nella storia, in certe zone questi vitigni non sono più “nuovi”, anzi, sono ormai fortemente radicati nei territori. Chi è arrivato con il suo bagaglio straniero, magari ha trovato terreno utile per un vitigno di casa sua, non ci vedo niente di male. Anche così possono nascere le tradizioni, dal cambiamento, dalla condivisione di esperienze. Demonizzare è sbagliato e perdente in partenza secondo me, cosa vogliamo fare, privarci del Pinot Nero di Cuna? Del Syrah di Amerighi?
    E poi una vigna ha vita lunga, non si può ripiantare, reinnestare, espiantare solo perché la moda è cambiata, trovo tutto ciò estremamente superficiale, forse sono eccessiva, ma la vivo quasi come una violenza sulla natura: il bello di questo lavoro, è anche osservarla, assecondarla, cercando di ottenerne il maggior pregio senza star lì sempre a correggere