L’ultima bottiglia di Stefano Bellotti

L’ultima bottiglia di Stefano Bellotti l’ho bevuta una settimana fa: un Filagnotti 2010 in forma strepitosa.

L’ho bevuto e ho pensato a quanto tempo ci avevo messo per arrivare a capire i vini di Stefano. Molto meno tempo mi era servito per capire l’uomo, perché alla fine con lui non si parlava di vino ma di agricoltura. E allora non ci si perdeva in noiose elucubrazioni sul bicchiere, ma si andava dritti al cuore di una discussione molto più affascinante e importante. Ci siamo frequentati poco, in 25 anni di conoscenza, ma potrei quasi dire che li ricordo tutti a memoria gli incontri con lui. Mai banali, mai scontati, mai nemmeno facili. Ogni volta avevo la sensazione di avere imparato qualcosa di nuovo. Di nuovo e di fondamentale.

Certo, gli piaceva parlare di agricoltura ma poi il fatto che i suoi vini non sempre fossero capiti e apprezzati per quello che lui ci aveva messo dentro, non lo rendeva felice. Conservo ancora alcuni suoi messaggi molto arrabbiati, in proposito (arrabbiati con noi di Slow Food, per intenderci). Ha combattuto tante battaglie, Stefano, a volte mi ricordava davvero Don Chisciotte. E forse, sul momento, ne ha perse molte. Ma per come la vedo io non conta se quelle battaglie le ha vinte o le ha perse: conta che erano battaglie giuste, conta che lui le combatteva dalla parte giusta e le combatteva per tutti noi, non solo per lui.

Quando muore un produttore di vino di solito si dice che “è una grande perdita per il mondo del vino”. Oggi credo si debba dire che con la scomparsa di Stefano soffriamo una grande perdita per il mondo dell’agricoltura. Quella buona, sana, pulita, giusta. Per fortuna sono tanti i suoi allievi, in Italia e nel mondo. E sicuramente da oggi porteranno avanti gli insegnamenti di Stefano con ancor più grande determinazione.