Lo strano fenomeno della transumanza dei vigneti italiani

Tempo fa avevamo riportato i dati che riguardano le domande per nuovi impianti di vigneti in Italia commentando, con un po’ di ironia, quanta sproporzione ci fosse tra le regole fissate dalla UE – che prevedono un incremento massimo annuo della superficie vitata pari all’1% dell’esistente, che per l’Italia vuol dire circa 6.500 ettari di nuovi impianti – e le domande avanzate dai viticoltori italiani che hanno complessivamente superato di ben più di 25 volte questa disponibilità, con punte che hanno rasentato il grottesco, come il 150% in più di nuovi impianti richiesti in Friuli Venezia Giulia.

Il disavanzo è così forte perché sono imperanti le richieste, che provengono dalle regioni del nord-est, di soddisfare questa enorme sete di Prosecco e di Pinot Grigio che sembra attanagliare il mondo intero.

Non c’è alcuna intenzione, da parte soprattutto degli imprenditori vinicoli veneti, di fermarsi di fronte a queste (giuste) limitazioni che rimarranno in vigore, in sede comunitaria, almeno fino al 2024. Si è trovato quindi un bellissimo escamotage “all’italiana” che permette comunque di accrescere la superficie vitata in barba a tutto ciò. Lo ha raccontato nei giorni scorsi anche Il Sole 24 Ore.

Si fa così: si prende in affitto un vigneto, meglio se dismesso, in una regione del Meridione – principalmente in Puglia e in Sicilia, in maniera minore in Calabria (ma in verità anche nella pianura romagnola) – e subito dopo si fa domanda all’Amministrazione Regionale competente per procedere con l’espianto del vigneto stesso, mantenendo il diritto di reimpiantare la stessa superficie vitata in altra area del paese. Una volta ottenuto il via libera dalla Regione si provvede alla “transumanza” del vigneto, ovvero al suo trasloco al Nord con meta praticamente esclusiva: le campagne di Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Non ci sono dati precisi sulle dimensioni di questa transumanza, che comunque pare essere decisamente significativa, tanto da costringere il Ministero delle Politiche Agricole a correre ai ripari: è stata infatti elaborata di recente una bozza di decreto legge sulle nuove autorizzazioni agli impianti – attualmente in attesa di approvazione definitiva – che vieta lo spostamento dei vigneti acquisiti prima del termine di cinque anni; un decreto che sebbene non sia ancora in vigore ha già sollevato le ire del governatore del Veneto Zaia, decisamente poco propenso ad arrestare l’ondata di allargamento delle superfici vitate sollecitata dai viticoltori del nord-est.

Che le regioni del Meridione d’Italia siano il posto migliore dove coltivare la vite al mondo (che al tempo si limitava al bacino del Mediterraneo) lo avevano perfettamente capito gli antichi Greci già nell’VIII secolo a.C., quando cominciarono ad “occupare” la Magna Grecia per sviluppare la coltivazione della vite, ritenendo quelle terre (attualmente pugliesi, lucane, calabre e sicule) di gran lunga migliori allo scopo rispetto a quelle della loro patria di origine.

Più tardi gli antichi Romani – a cui va il merito di aver diffuso la coltivazione della vite in tutti i territori europei occupati dall’Impero, esattamente gli stessi dove ancora ora troviamo presente la viticoltura – raccolsero gli insegnamenti dei Greci e ribadirono con forza, grazie alle cronache di tanti scrittori e osservatori illuminati dell’epoca, la supremazia della viticoltura di queste terre.

Oggi le ragioni del Prosecco e del Pinot Grigio stanno tentando di sovvertire questi 3.000 anni di storia: ce la faranno?