L’importanza delle vecchie annate

Ringraziamo veramente di cuore questi produttori perché per noi – che facciamo una guida che non si affida al punteggio di un singolo assaggio, tecnico e solitario, ma giudica i vini anche per la loro storia, tradizione, continuità e legame con il territorio – questi assaggi sono molto spesso illuminanti, ci fanno capire meglio di tante parole la grandezza e la potenzialità di un’etichetta, oltre che aumentare la nostra esperienza e la possibilità di comprendere meglio (evitando errori di valutazione) le annate più giovani.

 

C’è poi da dire che oltre a questi aspetti più “professionali” abbiamo la possibilità di goderci momenti di sublime piacere nell’assaggiare vini straordinari che sarebbe abbastanza difficile trovare altrove.

 

Nelle ultime settimane ho avuto la grande fortuna di assaggiare questi vini, che condivido brevemente con voi; altri compariranno prossimamente nella Rubrica Assaggi Italiani.

 

Le Due Terre, Due Terre Bianco 1992

Uno dei primi vini bianchi prodotti da Flavio Basilicata e Silvana Forte, che maceravano e fermentavano le loro uve in botte di castagno, dove il vino veniva poi affinato. Non si chiamava Sacrisassi Bianco (il bianco attuale dell’azienda, che verrà più tardi) anche perché la composizione delle uve era diversa: tocai friulano, sauvignon e verduzzo per questo vino che si presenta subito con i profumi complessi, eleganti e ammalianti di un grande riesling tedesco da vendemmia tardiva. La bocca è fresca, balsamica, incisiva, con sensazioni di pesca, albicocca e scorza d’arancio a riempire subito il gusto; è incredibile la “giovinezza” del vino, ancora fresco e croccante, che con il passare del tempo nel bicchiere evolve sempre di più verso note di menta/liquirizia e di idrocarburi, con strepitosa eleganza e profondità.

 

Cesconi, Trentino Chardonnay 1999

Questo vino dei fratelli Cesconi di Pressano quando uscì in commercio – più di dieci anni fa – veniva definito come uno dei migliori “Chardonnay barricati” d’Italia. Una tipologia allora di gran voga che oggi, per la stupidità delle mode, viene invece snobbata perché si ricerca il vitigno autoctono (cosa comunque sacrosanta e giusta) e non si considerano più le varietà internazionali (cosa stupida e ingiusta). Appena versato nel bicchiere mostra un olfatto chiuso e impenetrabile – che ci metterà qualche minuto per aprirsi e cominciare a raccontare i propri sentori – mentre la bocca è subito fresca e grintosa. Le giovanili note vanigliate date dai legni di affinamento si sono trasformate in sentori complessi e minerali, molto accattivanti ed eleganti. Un “barricato” che invecchia benissimo.

 

Ronco del Gnemiz, C.O.F. Sauvignon Sol 2004

È noto che i vini di Serena Palazzolo e Christian Patat sono concepiti e nascono per migliorare con l’invecchiamento (assecondando così le prerogative del territorio fantastico dal quale provengono) ma assaggiare un sauvignon con sette anni sulle spalle e trovarlo, tutto sommato, ancora giovane è stata una bella sorpresa. Nessuna nota cruda/verde/varietale ma piuttosto un ventaglio di profumi articolati, dove la frutta fresca ed esotica si mescola a note balsamiche, di menta; una perfetta commistione di sentori molto freschi eppure evoluti e complessi. Al gusto impressiona ancora di più l’estrema freschezza e la profonda mineralità: il vino è dritto e tagliente eppure ampio e armonico, con un succulento finale di agrumi che chiama un sorso successivo.

 

Cantina Girlan, Schiava Gschleier 1999

All’interno di una “verticale” di dieci annate abbiamo scelto questo millesimo perché meglio di altri sintetizza la grandiosità di questa etichetta della cantina di Cornaiano/Girlan. Le uve per questa selezione di schiava provengono da sempre da un vigneto vicino al cimitero del paese, esposto a sud, che ospita piante di almeno 80 anni; dopo lunga macerazione il vino veniva affinato in botte grande. Colore tenue e ancora vivo, profumi di ciliegia candita, spezie, tabacco dolce e menta, molto eleganti, che nella persistenza aumentano di complessità. La bocca è sontuosa, di grande pienezza fruttata, con un deciso allungo di profonda e incisiva acidità. Un bell’esempio da portare in tavola quando qualcuno si ostina a sostenere che le Schiave sono vini che non sanno invecchiare, che vanno per forza bevuti giovani …

 

Pepe, Montepulciano d’Abruzzo 1983

Bottiglia che – come nella tradizione, mai abbandonata, di questa storica cantina abruzzese – è stata conservata per quasi trent’anni nella meravigliosa cantina d’invecchiamento delle bottiglie, ripresa in mano, stappata e delicatamente decantata (con mano fermissima dalla moglie di Emidio Pepe), poi nuovamente tappata e dopo qualche mese assaggiata. Due considerazioni iniziali, prima dell’assaggio: il vino è stato imbottigliato all’origine senza aggiunta di solforosa; il montepulciano viene comunemente considerato come un vitigno con seri problemi di riduzione. Beh, se le premesse erano queste, ci è sembrato di sognare: appena versato il vino a cominciato ad esprimere profumi vari e intensi senza mai smettere, passando dalla frutta matura alla cioccolata (che unendosi alle note mentolate riportava alla mente gli indimenticabili After Eight), dalle spezie più eleganti al tabacco e alle ciliegie sotto spirito. Sentori di grande affascinazione e integrità, che portano a stare di continuo con il naso nel bicchiere. La bocca è in perfetta sintonia espressiva con il naso, fresca, vivace e di grande profondità. Un capolavoro di integrità e di espressione.

 

Adanti, Sagrantino di Montefalco 1993

Da uve provenienti dalla vecchia vigna di Arquata, in buona parte allevata con il vetusto sistema della “palmetta”; uve che davano vini un po’ più esili rispetto a quelle dei vigneti recenti. E infatti il vino è subito sottile e dotato di grandissima e raffinata eleganza, mai eccessivo, setoso e profondo al palato dove tornano perfettamente i sentori complessi e articolati già avvertiti all’olfatto, in particolare di macchia mediterranea, menta (che vira poi al tabacco mentolato) spezie e scorza d’arancio. Una bottiglia che si beve con grandissimo piacere – un sorso soave e appagante – e che testimonia una volta di più come il Sagrantino diventa veramente un grande vino quando ha almeno dieci anni sulle spalle.

P.S. il plus questo vino è che ti viene servito dall’unico produttore di vino italiano in grado di vestirsi – come può fare il grande Alvaro Palini, già sarto a Parigi – con un abito confezionato con le proprie mani nello stesso anno del vino.

 

Tenuta San Leonardo, San Leonardo 1999

Chiaro esempio di azienda improntata ad uno stile francese – per la scelta dei vitigni coltivati, tutti bordolesi, e per la chiarezza e professionalità nella gestione di vigna, cantina e immagine – il san Leonardo è uno dei pochi vini italiani capaci di non temere il confronto con i grandi Bordeaux. Le uve vengono vendemmiate meccanicamente (questo è quasi un vanto dell’azienda, visti i risultati … si iniziò proprio con questo ‘99) e fermentate lentamente, con frequenti e brevi rimontaggi quotidiani, in vasche di cemento (non c’è acciaio in cantina); il vino viene poi affinato per due anni in barrique e per almeno altri due/tre in bottiglia. Avvicinando il bicchiere al naso traspare subito l’eleganza che contraddistingue tutta l’attività del marchese Carlo Guerrieri Gonzaga: si ritrova nel vino come nel giardino che circonda la casa, nel museo dei “ricordi di campagna” come nel bosco che sovrasta i vigneti, dove vivono liberi cervi e caprioli. Il vino ha uno spessore sottile e setoso che sa comunque dare grande incisività e profondità, con un finale di frutto fresco e balsamico che cresce imperiosamente e non stanca mai. Un vino gustoso e bevibile al massimo grado, dotato di una freschezza che si direbbe ancora giovanile.

 

Quintarelli, Recioto della Valpolicella 1997

Il compianto Bepi Quintarelli – recentemente scomparso – sapeva benissimo che fra tutti i suoi grandi vini il Recioto era quello che da sempre connotava maggiormente l’azienda; che ne era, più di tutti, il simbolo. E ora questa stessa consapevolezza non solo ci appartiene ma sembra ben chiara negli eredi che porteranno avanti l’opera del Bepi. Non è un vino dolce, non è un vino dotato di estrema potenza e al tempo stesso di equilibrio e misura, non è un vino suadente, non è un vino bevibile, non è un vino stratificato … è solamente tutte queste cose assieme a tanto ancora in più.

P.S. A differenza dei vini sopra citati questo segna una differenza: il 1997 non è “solo” una vecchia annata, ma è semplicemente l’ultima commercializzata dall’azienda, ancora disponibile! Nei prossimi mesi uscirà l’annata più giovane, il 2001: l’assaggio in anteprima garantisce sulla maestosità del putel!