Le sei perle del Paradiso di Manfredi, una degustazione unica!

Inizia così il progetto di collaborazione tra la Banca del Vino e la Velier: con una bella verticale di Brunello di Montalcino dell’azienda Il Paradiso di Manfredi. Mercoledì scorso nella nuova sala degustazione nelle cantine storiche di Pollenzo c’è stata l’importante inaugurazione di questo sodalizio che, con lo stoccaggio e invecchiamento di alcune bottiglie, porterà a creare la memoria storica anche della selezione di vini Triple A.

Nate per dare a bevitori una direzione, una guida, un ausilio «per distinguere – uso una loro espressione – il vino dal Vino», le Triple A includono solo vignaioli che seguono un preciso protocollo per permettere agli appassionati di orientarsi in questo universo vastissimo e tracciare dei confini noti e rassicuranti. E che oggi si è trasformata in una voce autorevole e punto saldo di molti appassionati.

Ma il grande lavoro lo fanno i produttori che non hanno ceduto all’uso massiccio della chimica ma si sono fidati dell’ambiente e del loro intuito. E alle triple A, Agricoltori, Artigiani, Artisti, verrebbe quasi da aggiungere anche le triple S: Sapienza, Saggezza, Sensibilità, che sono i valori che li accomunano.

Onoratissimi quindi di avere come ospite l’incarnazione vivente di questa filosofia: Florio Guerrini e Gioia, sua figlia. Spirito della serata è stato cercare di capire il loro modo di interpretare e vivere il vino, oltre che assaggiare sei espressioni notevoli del loro Brunello di Montalcino, e il dialogo si è subito innalzato grazie agli interventi da una parte di Alberto Farinasso, Velier, Giancarlo Gariglio e Fabio Pracchia, Slow Wine, e dall’altra di alcuni produttori Triple A delle aziende Cascina Fontana, Bera, Cascina degli Ulivi.

Regno di una viticoltura che non si può catalogare, ancestrale e pura, il Paradiso di Manfredi sorge in una zona vocata da secoli, proprio in una delle aree originarie della viticoltura ilcinese. Siamo a sud di Siena, su una piramide che affaccia i lati basali verso il mare, gli uni, e verso il Monte Amiata, gli altri. Offre anche una splendida vista sul gioiello di Montalcino, borgo di cui il sindaco Ilio Raffaelli, negli anni Sessanta, difese l’incolumità sottraendolo all’industrializzazione.

Dai modi pacati e gentili Florio è un contadino austero e rigoroso, conosce la sua terra e i suoi vigneti palmo a palmo. Il terreno, che non ha «mai conosciuto l’onta del diserbo» e che Florio ci consegna avendolo mantenuto integro per decenni, è rappresentato da 2,5 ettari in zona di origine marina pliocenica. La mineralità è quindi una delle componenti principali dei vini che ne risultano, inconsueta come primo aggettivo per un Brunello. Una fisionomia comune ma ogni volta una rivelazione unica: caratteristiche diverse negli anni proprio grazie alla forza dell’apparato radicale che da questo terreno prende energia.

Le fermentazioni spontanee e i lieviti autoctoni non hanno – toccando ferro – mai avuto problemi in 44 anni. Florio definisce il suo un vino libero che si autoregola e “autopotenzia”, che si forma e vive il suo affinamento autonomamente, diventando luminoso e brillante naturalmente: l’importante è preservarlo da accomodamento e tecnicismo che stroncherebbero la sua forza vitale. Frasi che ripetute qui sembrano insensate ma che pronunciate da Florio con quei vini davanti prendono tutt’altro senso. Lui stesso riferisce di aver vissuto in prima persona tutti questi insegnamenti da alcuni produttori francesi di Triple A quando era ai sui esordi, in tempi impensabili per l’Italia.

La degustazione parte con tradizionale andatura cronologica dal 2011 alla Riserva 2000 passando per i millesimi 2010, Riserva anch’essa, 2008, 2005 e 2001. Ci accorgiamo subito che non prenderà una piega canonica. I vini si propongono in una sequenza naturale che viene fuori nel corso degli assaggi e il bello è proprio tornare avanti e indietro più e più volte in per coglierne i cambiamenti e provare a costruire una successione logica, che risulta però sempre diversa.

Dopo anni di apnea in bottiglia il vino si trasforma, respira e cambia colore. Appena versato è tenue, meno carico e nell’arco di pochi minuti torna scuro con la tipica unghia arancio. Micro cambiamenti costanti per vini cangianti che hanno bisogno di tempo.

Acidità, sapidità e integrazione tannica nel pieno rispetto del territorio spiccano in tutti e sei i bicchieri. Inutile in questa sede per ogni annata soffermarsi su qualche sfumatura in più o in meno perché la peculiarità comune è stata proprio la “salinità morbida”, che si addolcisce con gli anni fino ad arrivare a un profumo di miele e fiori e che, parole di Florio, «mi sorprende ed emoziona come voi».

Da giovani sono persistenti, lunghi, sapidi; poi più ampi e profondi. Piacere puro anche per chi non è esperto. Si portano dentro la profonda intimità del produttore e poi esplodono con una immediatezza vitale, con una energia che lascia senza parole.

Due appunti doverosi: sul Trentennale, che celebra i trent’anni dal primo imbottigliamento di Brunello nel 1981, e sul 2008.

Il primo, nato «perfetto naturalmente, non tecnicamente», come gli altri vini si è autoequilibrato: da analisi è infatti identico ai suoi fratelli. Se non fosse che la commissione ha trovato non conformi le caratteristiche al naso e alla bocca tanto da non rilasciare la denominazione (Slowine è da poco soffermata sull’argomento in questo articolo). Esce quindi come Igt Toscana: a noi racconta precisamente l’annata e quella bocciatura non ne sminuisce certamente la qualità. Anzi, siamo solo curiosi di aprirlo e confrontarlo tra dieci, quindici anni con un grande Brunello di quelli che nel 2011 ha preso il riconoscimento. Non avrà nulla da invidiare.

Il secondo, raccontato da una fine e garbata Gioia, porta firma femminile: un vino nato e seguito dalle due figlie. Lei descrive il suo percorso come una “esperienza esperienziale”, accompagnando il babbo che ha per anni accompagnato il nonno Manfredi. E nel 2008 ha dovuto mettersi alla prova in un’annata in cui la grandine rischiava di rovinare il lungo lavoro. Invece con una accuratezza nella eliminazione di ogni acino toccato il risultato è egregio. È iodato, balsamico, minerale, e incuriosisce per il sentore salmastro. Può sembrare un’iniziale ossidazione ma è profondità dell’evoluzione che prorompe con qualche grado in più nel bicchiere e qualche minuto di respiro.

Anche le altre una più buona dell’altra, con un 2005 che lascia senza parole. Usciva dagli schemi come oggi fa il Ris. 2010 che potrebbe prendere la stessa strada: ha freschezza da vendere anche se ha fatto un anno in più di botte, davvero una spinta in più. Nelle annate vecchie, invece, Florio ci fa notare “il fumée” e prontamente spiega: «non è un difetto come si potrebbe pensare, anzi significa: sto benissimo ma lasciami respirare!».