La Waterloo delle Denominazioni. 7 Doc o Docg in uno stesso comune? Per uno stesso vitigno? Incredibile ma vero!

Di questi tempi, è piuttosto popolare iniziare un post su Facebook con l’incipit “piccola storia triste”.

Questo abbrivio mi è venuto in mente quando alcuni giorni or sono, controllando la regolarità di alcune etichette, ho potuto constatare che il Piemonte, negli anni, ha decisamente optato per la tetratricotomia applicata (dicasi: l’arte di spaccare il capello in quattro) per quanto concerne le DOC del vino e la loro istituzione.

MI riferisco, con specifico esempio, ma con ambizioni sistemiche di riflessione, al fatto che si sono continuate a stratificare denominazioni sulle medesime aree, in modo del tutto insensibile a ciò a cui dovrebbe servire una denominazione: proteggere un vino che ha alti volumi di vendita sui mercati internazionali e pertanto abbisogna della tutela dell’UE per difendere non solo il proprio nome, ma la terra che lo genera da evidenti tentazioni imitative.

Questo non significa che le DOC non servano o che i vini veri siano quelli che non ne fanno uso: simili semplificazioni sono semplicemente la trasposizione enoica dello smaltimento dell’acqua sporca con annesso pargolo ripulito. Le DOC e le DOCG (oserei dire: a maggior ragione, visto che adeguarvisi costa molto in termini di rese, fascette e controlli) sono importanti ma devono lottare insieme a noi per uno scopo ben preciso: orientare il consumatore.

Viceversa, nella realtà che ho constatato, e che mi permetto di farvi constatare, le DOC lottano sì, ma contro di noi, in un titanico sforzo di confusione che al prezzo di un quadro incomprensibile per l’amante del vino meglio disposto, ottiene una soddisfazione dei localismi che, come minimo, manca di ogni ragionevolezza.

La prova di quanto vi scrivo è in un caso che vado a narrarvi. LO ambiento nel comune di Agliano Terme, ma solo per un motivo pratico: è il primo, alfabeticamente, degli elenchi contenuti nei disciplinari DOC e DOCG della (fu) provincia di Asti. Quindi, il fact checking di cosa vado a dirvi è agevole assai.

Supponete di avere un bel pezzo di vigna ad Agliano Terme, piantato al 100% con Barbera, in uno, effettivamente, dei migliori territori per questo vitigno.

Sapete che cosa ci potete fare (vale a dire: a quale albo DOCG e DOC potete iscriverlo)?

Innanzitutto ci potete fare Nizza DOCG, ma anche Barbera d’Asti DOCG e, ovviamente, Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Se però le DOCG, con le loro fascette della Zecca vi dovessero venire a noia, ci potrete fare del Barbera del Monferrato DOC (sia ferma che frizzante, ovviamente) o ancora ci potrete fare del Piemonte DOC Barbera. Infine, se non vi andasse di rivendicare il nome del vitigno, per qualsivoglia ragione, ci potreste fare del Monferrato DOC Rosso oppure del Piemonte DOC Rosso: entrambi ovviamente in versione ferma o frizzante, secondo preferenza.

Sette vini a denominazione diversi, senza contare le tipologie ulteriori (fermo/frizzante) dove disponibili.

Cosa comunica questo quadro al consumatore, oltre all’irrefrenabile passione italica per un petto coperto di medagli di pura latta, poiché certo non di metallo prezioso può trattarsi?

Ci siamo forse ispirati alla Borgogna, con i suoi noti quattro livelli di AOC? Nossignore. Lassù, i quattro livelli, dal regionale al 1er cru classé, sono in gerarchia precisa e nota: qui nulla di tutto questo. Un produttore scegli liberamente a quale albo iscrivere il suo vigneto, in un sistema che si basa sulla presunzione chele DOCG sian tutte uguali e così le DOC.

Allora il pensiero mi è corso a quel bravo viticoltore e bravo politico che è Giorgio Ferrero, con una domanda: caro assessore, non sarebbe il caso di dimostrarsi piemontesi nel senso storico del termine e mettere mano a questa situazione, facendo un intervento drastico di semplificazione di un quadro che altrimenti, a parte i produttori (e i controllori) di etichette, non gioverà a nessuno, men che meno alla nostra amata Barbera?

 

 

 

  • Luca Ferrentino

    In Borgogna non esistono io 1er cru classè, quella è Bordeaux. In Borgogna la gerarchia è : “A.O.C. Bourgogne” generica, poi “A.O.C. nome del village” e infine “premiere cru” e “grand cru” con il nome del comune e del cru. Torni a studiare.

    • Pier Giorgio Paglia

      😀

    • Michele Antonio Fino

      Scusi il ritardo. Ha ragioni stima sul fatto che il livello più alto sia il Grand cru in Borgogna e faccio ammenda per il refuso.
      Che peraltro sia il consorzio di tutela a parlare di premier cru in Borgogna è peraltro altrettanto sicuro.
      Non influenza di una virgola il senso del discorso, ma è importante la precisione dunque grazie.
      Anche dell’invito a tornare a studiare, ché non si è mai finito di imparare.

  • Roland Wine

    Credo che le denominazioni siano sfuggite di mano. Inserimento di vitigni in luoghi che non li hanno mai storicamente ospitati, zone allargate a piacere, vini nati da pochi anni e già impreziositi dalle fascette governative, denominazioni regalate in concomitanza di elezioni. Sembra che non abbiano più alcuna attinenza ai vini che dovrebbero difendere. E’ davvero un peccato.