La vertigine che è già stata

L’altra settimana sul quotidiano Il Giornale è comparsa una splendida intervista di Camillo Langone al pittore italiano Nicola Samorì, considerato tra i maggiori artisti contemporanei.

A un certo punto dell’intervista in relazione al rapporto tra tempo e pittura, l’artista esprime una riflessione che mi ha colpito molto. «Non credo che nessuno possa ritenersi troppo bravo a dipingere in modo classico. Anzi, non ho mai incontrato nessuno troppo bravo a fare qualcosa. Conosco persone più brave di me, anche se la loro distanza da Mantegna o da Velázquez è tale che non basterebbero molte reincarnazioni a compensarla. Anche in questo è la meraviglia della pittura, un’arte non evolutiva, dove non si fanno progressi collettivi, ma si cerca sempre di ritornare a una vertigine che è già stata. Ti dirò di più: io credo nell’involuzione dell’arte, in una sorta d’invecchiamento fisiologico dell’umanità che ha perduto le energie dell’adolescenza, quando forgiava idoli colossali. Come un anziano, oggi la nostra specie ha bisogno della gruccia della tecnologia per farsi forza».

Ora non credo che la viticoltura, come la gastronomia in genere, possano essere paragonate a espressioni artistiche. Prendo però volentieri in prestito queste precise parole di Samorì sul concetto di non evoluzione per applicarlo al vino.

In ogni sorso di qualsiasi vino – gesto ripetuto da milioni di persone per milioni di volte nel corso della storia – fissiamo un tassello gustativo che comporrà il nostro riferimento del futuro. Quando tanto tempo addietro incontrai, per esempio, Le Pergole Torte di Montevertine compresi subito di avere uno degli specchi nei quali avrei riflesso il mio personale modello di Sangiovese. In poche parole costruiamo dei canoni. Pensate a quando bevete un Pinot Nero, so già quale riferimento farete per capire se quello che avete appena tirato giù sia buono o meno.

Il vino quindi che berremo in futuro non sarà diverso perché una qualche nuova tecnologia ci saprà regalare qualcosa di sconvolgente. Semplicemente perché la nostra cultura del vino si fonda su millenni di esperienze agricole che hanno costruito un paradigma al quale attingiamo per giudicare il nostro gradimento.

Anche noi da bravi bevitori cerchiamo la vertigine che è già stata.

 

In copertina un’opera di Nicola Samorì tratta dal sito illusion,scene360.com