La seconda puntata: I compagni di cena che non vorreste mai avere

I produttori

In generale i produttori di vino seguono la regola delle persone ricche, la cui simpatia o antipatia durante una cena dipende perlopiù dal Dna. Va un po’ meno bene, in genere, con i figli, perché a differenza dei padri che almeno hanno trascorso qualche giorno in vigna – e spesso ne recano ancora le stimmate sulle mani – costoro si sono ritrovati bambini quasi a vergognarsi del padre contadino e poi, nel cuore dell’adolescenza, a scoprire che il boom del mercato stava trasformando la loro vita: le cascine diventavano ville con archi, ogive e sperpero di colonne, dai cru secolari spuntavano avveniristici funghi – cubici e vitrei – e il conto corrente sopportava alla stregua di gite fuori porta i viaggi transoceanici. «Pierre» del vino svezzati a Château Margaux e Cabernet della Napa Valley, precoci «uomini di mondo», hanno nel doppio magnum l’icona delle comande: a dare lustro all’araldica di famiglia e a segnare un solco profondo fra loro e il resto dei commensali, ancora attestati sul vecchio formato da 75 cl.

Una cena con i produttori, tuttavia, siano essi padri o figli, non è mai smaccatamente indigesta fino a quando non li si abbina alla categoria sopra descritta: mettete un giornalista di una rivista specializzata vicino a un produttore e si spalancheranno le porte di un tribunale casereccio, una sorta di Giorno in procura di stampo enologico (quando va male-male, invece, diventa un Porta a porta esattamente come l’originale: ammiccante, vacuo e irritante).

 

Il giornalista-PM non si lascia scappare un dubbio, tanto per far vedere quant’è bravo ad avere già prevista la risposta. In questo caso i produttori, persuasi che essere gentili potrebbe procurare qualche vantaggio «comunicativo», si adeguano al botta-risposta nel ruolo di sparring-partners. Il rito ha un suo divertimento nei momenti in cui i giornalisti spiegano, ai produttori, come sia fatto il loro vino, appuntando qui e là qualche teorica miglioria al processo. E i produttori hanno quella faccia dove non si fa fatica a intendere: che s’à da fa’ pe’ campà!

 

 

I sommelier

 

Si sostituisca, negli articoli precedenti, i termini «esperto» o «giornalista di settore», con «sommelier» e l’effetto potrà essere assai simile. Di diverso, molti sommelier ci mettono un dogmatismo datato, quell’espressione da «democristiani del bicchiere»: residui di un mondo in disfacimento, di una «politica» superata, di una inadeguatezza ai tempi.

Se un giornalista di settore, infatti, anche (o proprio) nella sguaiataggine è figlio legittimo di questo tempo, il sommelier aggiunge a una cena un refolo retrò, un’aria borbonica o savoiarda, comunque di un’epoca aristocratica che non c’è più: quando c’era solo lui assiso sulla cattedra del sapere enologico. Il sommelier, ruzzolato nei tempi moderni senza che qualcuno lo istruisse a dovere, può perfino essere un commensale migliore di altri: silente, timido, impreparato. Se ne sta al calduccio sotto la sua polvere d’antan.