La Schiava? No, le Schiave: le migliori attualmente in commercio

Il vitigno schiava è tra i più citati nei trattati di agricoltura del Medioevo: intorno al XIII secolo venivano definite sclave tutte quelle viti coltivate a basso ceppo lungo i filari e legate a un sostegno morto, di solito un palo, oppure vivo come un albero da frutto, in molti casi un gelso oppure un melograno. Una modalità di allevamento che si contrapponeva alle viti maggiori, dette anche marocche o altane, allevate alte e senza sostegno.

Schiave dunque perché vincolate al sostegno, anche se alcuni studiosi sostengono che l’origine del nome sia da attribuire al fatto che questa varietà sia giunta in Italia dai paesi di lingua slava: il termine schiava in questo caso deriverebbe da slava.

Comunque sia più che di un singolo vitigno si tratta di una famiglia di varietà dalle caratteristiche ampelografiche anche ben diverse tra loro: il tratto comune è senza dubbio l’origine geografica – identificata nella Slavonia, la regione delimitata dai fiumi Drava a nord, Sava a sud e Danubio a est, nella Croazia orientale – da dove le varie tipologie di schiava sono giunte nelle regioni padane dell’Italia settentrionale, probabilmente per opera dei Longobardi o degli Unni.

Attualmente si identificano due grandi tipologie di schiava: da una parte il vitigno Schiava nera coltivato in Lombardia, in particolare nella zona del lago di Garda; dall’altra i tre biotipi di schiava diffusi in Veneto ma soprattutto in Trentino e in Alto Adige, sulla direttrice del Brennero, che sono stati iscritti come vitigni autonomi nel nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 1970, anche se poi si è accertato essere geneticamente uguali.

Tra questi il più diffuso e apprezzato è certamente la Schiava piccola – detta anche Rothervernatsch e schiava gentile – definita così per le contenute dimensioni del grappolo. Poi c’è la Schiava grossa, detta anche Edelvernatsch, che differisce dalle altre per le maggiori dimensioni del grappolo e degli acini, oltre che per una produttività più elevata (che di conseguenza porta a minori performance qualitative); è nota anche con i termini tedeschi di Grossvernatsch, Trollinger o Blauer Trollinger, Frankenthal e Meraner Kurttrauber. Infine troviamo la Schiava grigia, che sembra essere quella più rustica, che si adatta meglio a qualsiasi tipo di terreno: è conosciuta anche come Grauvernatsch o Grauer; non è chiaro perché le sia stato abbinato l’aggettivo grigia, anche se la spiegazione più plausibile va ricercata nella notevole produzione di pruina degli acini, che ricopre con una patina grigia il colore blu-violetto della buccia.

Ognuno dei tre biotipi produce ottimi vini a patto che vengano soddisfatte due condizioni in vigna: una bella estate asciutta e soleggiata, ma non caldissima, e una grande attenzione nel momento della scelta vendemmiale; è importante per il risultato finale cogliere uve in piena maturazione, per evitare l’insorgere di sostanze amare in vinificazione, senza però cadere nella surmaturazione dei grappoli (che si compie in pochissimi giorni) che comporterebbe forti squilibri tra acidità e zuccheri.

L’annata 2016 è stata esemplare in questo senso, e ci ha restituito delle Schiave buonissime sia in Alto Adige che in Trentino, dove purtroppo il vitigno ha oggi una diffusione residuale; provenienti da quest’ultima provincia segnaliamo in particolare la Schiava 2016 di Cembra – Cantina di Montagna, la Schiava 2016 di Eredi di Aldo Cobelli e la Schiava 2016 di La Vis, oltre a due vini dell’annata 2015: il 708 km Rosso di Cembrani Doc e la Schiava Nera di Gino Pedrotti, un’etichetta che ha dimostrato negli anni una continuità qualitativa eccezionale.

A beneficiare in Alto Adige di questa splendida annata sono state soprattutto le uve coltivate nella zona del Lago di Caldaro, giunte al momento della raccolta in forma spettacolare. Segnaliamo in particolare il Lago di Caldaro Cl. Sup. Pfarrhof di Cantina Caldaro (ma anche il “fratellino minore” Lago di Caldaro Cl. Sup. Leuchtenberg), il Lago di Caldaro Cl. Charta di Niklaserhof, il Lago di Caldaro Cl. Sup. Plantaditsch di Klosterhof – Oskar Andergassen, il Lago di Caldaro Cl. Sup. Puntay di Erste+Neue e il Lago di Caldaro Cl. Scelto Bischofsleiten di Castel Sallegg.

Situazione ottima anche nell’altro comprensorio principale, quello della collina di Santa Maddalena, dove però i produttori si sono trovati di fronte a una situazione di “troppa grazia Sant’Antonio”, e quindi hanno dovuto porre grande attenzione a non far maturare troppo le uve e non lasciare eccessivi residui zuccherini nei vini. Abbiamo apprezzato in particolare il Santa Maddalena Cl. di Griesbauerhof – Georg Mumelter, il Santa Maddalena di Thurnhof – Andreas Berger, il Santa Maddalena Rondell di Glögglhof – Franz Gojer, il Santa Maddalena Cl. Huck am Bach della Cantina di Bolzano e il Santa Maddalena Cl. di Waldgries.

In Alto Adige vengono prodotte tante buone Schiava anche fuori dai due principali territori Doc, in maniera sempre più consistente e apprezzata: ottima ci è sembrata la Schiava di Glassierhof – Stefan Vaja, la Schiava di Bergmannhof – Josef Pichler, la Schiava Fass N°9 di Cantina Girlan, la Schiava Alte Reben di Glögglhof – Franz Gojer, la Schiava Grigia Sonntaler di Cantina Cortaccia e la Schiava di Baron Widmann.

Da segnalare infine 6 autentici fuoriclasse, 6 etichette di produttori che interpretano la schiava in maniera originale e assolutamente convincente, insistendo sulle incredibili capacità di evoluzione che quasi mai vengono riconosciute a questo vitigno: parliamo della Schiava Gschleier Alte Reben 2015 di Cantina Girlan, dell’Upupa Rot 2014 di Weingut Abraham, del Ca-l 2014 di Pranzegg – Martin Gojer, del Sankt Anna 2014 di Weingut In der Eben – Urban Plattner, di Elda 2013 di Nusserhof – Heinrich Mayr e del Donà Rouge 2011 di Hartmann Donà. Dovete assolutamente assaggiare queste bottiglie, per avere un’idea di quello che può regalare, in termini di piacevolezza e complessità, questo fantastico vitigno!

 

 

foto di copertina di CRA VIT – SNCV