La regola è: il vino ha valore se lo vendi, altrimenti serve solo a dissetarsi

Capita talvolta di mangiare in ristoranti che hanno una carta dei vini sterminata e, conseguentemente, una cantina imbottita di bottiglie di tutti i tipi. In genere sono cantine che sono state costruite nel tempo senza nessuna considerazione economica, senza alcun rapporto avveduto tra bottiglie mediamente vendute nell’anno e acquisti (sproporzionati) operati nello stesso periodo, ma seguendo piuttosto l’antica formula – applicata inizialmente alle figurine – che colpisce tutti i maschietti fin dalle scuole elementari: “ce l’ho, ce l’ho, mi manca…”.

Poco più di un anno fa mi è capitato di fermarmi in uno di questi locali – situato in una regione del nord-est italiano – dove ho mangiato molto bene, mi sono contenuto nella scelta del vino da bere ma non sono riuscito a sottrarmi alla (insistente) proposta del titolare di visitare la sua cantina: mentre scendevamo le scale mi disse, con un’aria decisamente tronfia e quasi indisponente, “in cantina ho quasi 300.000 euro di vino”, aspettandosi evidentemente che io facessi “ohhhh”, cosa che invece mi sono ben guardato dal fare.

Qualche giorno fa ho perso un po’ di tempo a leggere la Relazione di stima/valore di questa attività redatta dal Tribunale competente per zona a seguito del dichiarato fallimento del locale avvenuto nello scorso anno. Una lettura – direte giustamente voi – inusuale e noiosa, che però spesso mi capita di fare da quando ho prestato consulenza per casi di valutazione di cantine a seguito di fallimenti dell’esercizio.

Nel documento viene riportato l’inventario delle bottiglie custodite nella famosa cantina da 300.000 euro. Seguono le stime/valutazioni delle stesse bottiglie, che per la gran parte (il numero esatto non viene indicato, ma parliamo del circa 70% della giacenza) sono state giudicate “prive di qualsiasi valore/interesse commerciale” o perché sono risultate non confacenti all’analisi visiva dello stato di conservazione compiuta dal consulente (livelli diminuiti, capsule rovinate, muffe, colature di vino, colori ossidati, precipitazioni dei tannini, ecc.) o perché considerati “vini all’epoca freschi e tradizionali, ora scaduti per elevate pregresse annualità”. Insomma si trattava di vini, prevalentemente bianchi, che si dovevano consumare entro pochi anni dalla data di acquisto e che invece sono rimasti a deperire in cantina.

Sono state invece ritenute buone, e valutate economicamente, circa 3.800 bottiglie, suddivise in tre gruppi: le prime 3.000 da smerciare in stock al valore scontato del 66% rispetto prezzo d’acquisto; 600, ritenute più buone e ben conservate, da vendere al valore scontato del 25% rispetto prezzo d’acquisto, e 200 bottiglie, ritenute di gran regio e di perfetta conservazione, da vendere al prezzo pieno con cui vennero acquistate. Una modalità di giudizio sul valore dei vini assolutamente condivisibile, se consideriamo la volontà del curatore fallimentare di arrivare alla liquidazione dei debiti di questo ristoratore fallito nel più breve tempo possibile.

Morale della favola: questa cantina sta per essere messa all’asta al prezzo complessivo di 35.000 euro. Siamo molto distanti dal valore di 300.000 euro millantato al tempo dal proprietario, e purtroppo anche piuttosto distanti dalla cifra che negli anni il suddetto proprietario ha speso per imbottire la cantina con queste bottiglie.

È evidente il madornale errore di valutazione di questo ristoratore, preso negli anni dalla già citata frenesia per il “ce l’ho, ce l’ho, mi manca…”. Ma è ancora più evidente un altro aspetto, che molto spesso i ristoratori – ma anche i comuni consumatori, che spesso si riempiono la cantina di casa di vino – dimenticano o non vogliono considerare: che una bottiglia di vino ha un valore (commerciale, misurabile in euro sonanti) solo se la vendi, solo se monetizzi il suo acquisto, altrimenti è solo una bella opportunità per dissetarsi e/o per condividere un momento di gioia e di piacere con altri.

Abbandonate assolutamente il pensiero che stipando del vino in cantina questo aumenti il suo valore, o che magari vi garantisca chissà quale rassicurazione economica: bisogna venderlo, e anche presto, per riprendersi (quantomeno) i soldi dell’acquisto, oppure rassegnarsi fin da subito ad una costante, lunghissima e piacevolissima sbornia senza fine.