La leggerezza generazionale

Il gradimento diffuso e contemporaneo riguardo il consumo di vino obbedisce al connotato della leggerezza. Ben inteso è attraverso il gusto dinamico che il vino riesce a esaltare il terroir di provenienza.

 

Sono lontani, per fortuna, i tempi nei quali i vini caricaturali, marchio di fabbrica dei vari enologi superstar, allettavano i palati più scaltri degli oggi attempati critici enologici. Anche le più stantie e vetuste voci della comunicazione vinosa, in questi giorni, esaltano la territorialità, sotterrata un tempo, come valore principale della qualità di un vino. Erano liquidi di sostanza dolciastra, concentrati, densi e, purtroppo per loro, privi di finezza.

 

È il passato. Un esempio lampante dell’abiura di quegli anni: la vinificazione del nebbiolo. I modernisti del tempo hanno verificato, come noi, attraverso il palato che la concentrazione della materia non amplifica il piacere dell’elaborazione di questo vitigno, anzi, ne comprime la vitalità e ne frena lo sviluppo gustativo. Oggi la piaggeria verso il mercato passa, semmai, attraverso la rarefazione dell’estrazione, nel rispetto del sorso scorrevole, ma con l’eclissamento del tannino e della forza acida. L’assaggio dei vini da nebbiolo quest’anno (soprattutto l’atteso Barolo 2013) è risultato, al mio palato, non pienamente soddisfacente. Vini poco rispondenti alle caratteristiche del vitigno di partenza, privati quasi della parte rigida così evidente in gioventù. Eppure dinamici.

 

Al di là del sacrosanto obiettivo commerciale, la rinnovata disponibilità alla beva aderisce a pennello all’attuale generazione di bevitori. Tutto ciò ha a che vedere con la disgregazione dei nuclei famigliari, realizzata in pieno dai nati a metà anni Ottanta, e di un modello di vita “mediterraneo” che sta rapidamente evolvendo (o regredendo) verso bioritmi anglosassoni la cui caratteristica principale non è tanto la velocità, elemento chiave nella pervasiva cultura americana il cui simbolo principale era il fast food, quanto la fluidità dell’esperienza. Il vissuto, in sostanza, deve contenere la qualità della relazione, sia essa con il cibo, con una persona o con quel che volete voi, ma non deve incidere sul tempo, bene essenziale di questa epoca, nel quale il lavoro insegue come predatore le ore libere della nostra esistenza.

 

I piatti degli chef sono sempre più fantasiosi e di dimensioni ridotte, adatti a Instagram e proposti con innumerevoli abbinamenti. A questo stato di cose si sta opponendo il cuoco Paolo Lopriore con una rinnovata idea di tavola conviviale dove il piatto principale rimane in mezzo al tavolo come è tradizione nella cultura gastronomica italiana ergendosi a filo rosso dell’esperienza gastronomica offerta. Se pensiamo alle varie applicazioni di pietanze a domicilio: non è forse l’estrema radicalizzazione di un rapporto con il cibo ridotto solo alla sua assunzione?

 

 

Il vino attuale obbedisce a questa fluidità. Deve scorrere in gola e lasciare spazio a un altro bicchiere di diversa provenienza e tipologia. Non c’è più tempo per valutarne i caratteri permanenti del potenziale evolutivo come acidità o presenza tannica, iniziali riduzioni e aromaticità cangianti. L’ossigeno incute repulsione e i vini di carattere ossidativo che hanno da tempo immemorabile incarnato il modello enologico mediterraneo vivono un declino che pare irreversibile.

 

Forse i precari del lavoro  avvezzi alla discontinuità occupazionale oppure le osterie tradizionali rappresenteranno i baluardi futuri di un modello nel quale la libertà a disposizione sarà la cellula costituiva di un rinnovato tessuto sociale dove l’enogastronomia saprà prendersi il tempo necessario a essere nuovamente compresa.

 

Foto tratte da byadianalab.it, applemobile.it, reportergourmet.it