La diversità nella birra, una sfida per il futuro

Craft beer is what happens when brewers meet customers and agree to entertain each other’s interests [*]. Questa è la definizione che Tim Webb, noto beer writer inglese e autore, tra le altre cose, della Good Beer Guide dedicata al Belgio e dell’Atlante Mondiale della Birra, ha dato durante il dibattito The future of beer organizzato in occasione della due giorni del Brewers of Europe Forum, una sorta di congresso delle associazioni birrarie europee che si è svolto la scorsa settimana a Bruxelles.

Quello di Webb è stato un intervento ricco di spunti interessanti e di provocazioni, che ha messo più volte in luce il ruolo centrale dei piccoli produttori nel cambiamento epocale a cui la birra è andata incontro negli ultimi anni e che ha però sottolineato anche come esista una sorta di interdipendenza tra piccoli e grandi produttori. Sull’intervento di Webb tornerò nei prossimi giorni con un approfondimento. Mi interessa qui, invece, puntare l’attenzione su uno dei tre elementi che sono stati ripetuti praticamente in ogni intervento a cui ho assistito: il valore della diversità. Gli altri due sono sostenibilità e riduzione dell’alcol e ne parleremo.

Non c’è stato praticamente nessun discorso della due giorni belga che non abbia insistito su quanto la diversità sia un valore da promuovere e sul quale investire in futuro. Ne ha parlato Webb, ci sono tornati Michel Moortgat, Carlos Brito e Cees ‘t Hart (amministratori delegati rispettivamente di Duvel Moortgat, AbInBev e Carlsberg), l’hanno sottolineato i rappresentanti della Brewers Association americana e Richard Fuller. Avere un mercato fortemente diversificato è ormai una caratteristica consolidata della scena brassicola internazionale e mi pare evidente che, almeno per un po’, da qui non si tornerà indietro. È certamente un bene. Diversità significa maggior possibilità di scelta, di penetrazione sul mercato, apertura a nuove fette di consumatori (se «la birra non esiste ma esistono le birre» – cit. Kuaska – sarà più difficile difendersi dietro a un “la birra non mi piace”). Diversità significa anche abituare il fruitore all’idea che la birra non è solo quella bevanda gialla, gasata e da bere fredda a cui il monopolio dell’industria per anni ci aveva abituati.

I grandi gruppi hanno letto le enormi potenzialità dell’avere un’offerta diversificata e le hanno cavalcate. Scandalizzarsi, arrabbiarsi, alzare barricate dicendo “la nostra diversità è meglio della vostra” credo sia poco utile. Certo, i due mondi – industria e craft – interpretano il tema dell’ampliamento dell’offerta con modalità diverse e spesso quello che i grandi gruppi vendono come diversità altro non è che la riproposizione dello stesso prodotto con 20 etichette diverse. È però altrettanto vero che talvolta i nuovi prodotti dell’industria sono decisamente più interessanti di quanto non fossero le loro birre base solo pochi anni fa e che attraverso le acquisizioni spesso l’industria è in grado di proporre prodotti di grande valore qualitativo.
Fatte tutte queste necessarie precisazioni è un fatto è quindi chiaro: il panorama è cambiato e ci si deve muovere di conseguenza.

In questo nuovo panorama non può più bastare l’offerta di un’ampia gamma diversificata, serve altro. Limitandoci qui al prodotto e non volendo prendere in considerazione altre categorie – l’indipendenza per esempio che seppur importante è un tema che oggi interessa solo la parte più educata dei consumatori – va detto che non può più bastare un confronto tra la varietà degli artigiani e il piattume delle lager industriali, perché non è più solo questo il terreno di confronto.

Bisogna tirare in ballo altri elementi. Quali? A mio modo di vedere identità, forte localizzazione, unicità e riconoscibilità sono temi che hanno fatto, e che possono continuare a fare, la differenza. Si tratta, infatti, di elementi difficili, se non impossibili, da standardizzare e da replicare su ampia scala. Ciò non significa fare necessariamente birre strane, con prodotti iper-locali e iper-localizzabili. Non significa nemmeno fare poco prodotto per renderlo introvabile o invadere il mercato di one shot che spesso lasciano il tempo che trovano o di infinite variazioni allo stesso stile.

Significa piuttosto non perdere di vista il carattere che solo una produzione artigianale può avere. Significa, ad esempio, gestire la crescita, laddove ci sia, evitando di dover ricorrere a scorciatoie produttive che finiscono per fare perdere identità al proprio prodotto. Significa evidenziare e raccontare alcuni tratti dei propri prodotti, che a una lettura superficiale e veloce potrebbero addirittura sembrare difetti – rusticità, graffio, qualche spigolo –, e che spesso sono gli elementi più interessanti delle produzioni artigianali. Significa fare ricerca per capire come l’acqua, ad esempio, che si ha a disposizione possa diventare un ingrediente strategico per il proprio prodotto. Significa ancora, raccontare le storie che hanno portato alla creazione di una birra, del legame con il proprio territorio, delle peculiarità di una materia prima, solo quando queste informazioni sono vere. Perché, per tornare alla relazione di Webb, “misleading the consumer has no place in craft brewing” (ingannare il consumatore non ha senso nella birra artigianale), e nella comunicazione fine a sé stessa i grandi sono molto più capaci.

 

 

[*] Birra artigianale è ciò che avviene quando i birrai incontrano i consumatori e si mettono d’accordo per intrattenere l’uno gli interessi dell’altro.

 

 

Ps.: Per voi che siete arrivati fino alla fine del pezzo un consiglio gastronomico. Al numero 7 di Chaussée de Waterloo (Bruxelles, Saint-Gilles) si trova il Crab Club, un ristorante che in modo informale propone una cucina di pesce fatta di ottime materie prime e qualche speziatura inattesa.