Italia, lo Stato della birra. Come sta la birra italiana?

Ci siamo presi qualche giorno per mettere in ordine le idee e ripercorrere le tante riflessioni che sono emerse dal bellissimo incontro di mercoledì scorso. Negli splendidi spazi di Snodo – “Officina del gusto” all’interno delle torinesi OGR, Officine Grandi Riparazioni – Slow Food Editore ha infatti presentato alla stampa e agli operatori del settore l’edizione 2019 della Guida alle Birre d’Italia.

La guida è giunta al suo decimo anno di vita, e la pubblicazione di una nuova edizione (questa è la sua sesta) rappresenta sempre un momento molto importante, seguito con grande interesse da tutto il comparto. Prova ne è stata la partecipazione di oltre 40 birrai, arrivati per l’occasione da tutt’Italia.

Alla presenza di giornalisti delle principali testate – erano presenti tra gli altri La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera, l’Ansa –, addetti del settore, qualche publican torinese, i lavori sono stati avviati dal padrone di casa che ha salutato i partecipanti a nome di Snodo. Quindi è stato Carlo Bogliotti, direttore di Slow Food Editore, a dare l’avvio ufficiale ai lavori.

La birra italiana sta vivendo un momento molto importante, decisivo. Questa edizione della guida ha dovuto fare i conti con una scena che si è profondamente modificata, negli ultimi due anni. L’annuncio dell’acquisizione di Birra del Borgo è all’aprile del 2016, la legge che definisce la birra artigianale è arrivata pochi mesi dopo, nel luglio dello stesso anno, e questi due eventi hanno certamente segnato un passaggio, una cesura. In modo anche piuttosto traumatico il comparto birra è passato da una fase adolescenziale, in qualche modo più leggera, a una maturità necessaria, non più procrastinabile. L’ingresso delle multinazionali nel settore, per quanto rischioso possa essere, sta a dimostrare che il comparto è importante, soprattutto in prospettiva.

Ecco perché abbiamo deciso di organizzare un momento di confronto, di riflessione, che abbiamo deciso di chiamare “Italia, lo Stato della birra”, per fermarci un momento e analizzare potenzialità e limiti di questo comparto che così tanto ci piace, ci stimola e ci emoziona.

Il primo contributo è stato portato da Vittorio Ferraris, in rappresentanza di Unionbirrai. Vittorio ha ricordato l’importante modifica statutaria di Unionbirrai, che dall’aprile del 2017 non è più soltanto un’associazione culturale, ma si è costituita come associazione di categoria, che oggi associa circa 250 birrifici, quasi un terzo del totale. Un passaggio molto importante, che richiama al concetto più volte ripetuto da Vittorio: la responsabilità. Un tema centrale, a tutti i livelli. Non solo chi produce, ma anche chi distribuisce, chi commercializza, chi serve e chi racconta la birra oggi più di ieri è chiamato a una maggiore attenzione, a una maggiore professionalità. Concetto che si lega con la mission di Unionbirrai, riassumibile in formazione e informazione. Anche qui a diversi livelli, è fondamentale che tutta la filiera sia più capace e consapevole. È importantissimo lavorare sui consumatori, cui ancora sfuggono molti temi.

Anche per questi motivi questa edizione della guida presenta molte novità. A partire dalla struttura generale, dove per la prima volta (grazie alla presenza di una legge e al confronto costante con Unionbirrai) sono stati divisi i birrifici artigianali da quelli non artigianali, oltre alla sezione dedicata alle beer firm e agli affinatori (altra novità di questa edizione). Il rapporto con Unionbirrai per Slow Food è centrale e sono già allo studio strade concrete per azioni comuni.

Il secondo intervento è stato di Stefano Capelli, che ha portato l’esperienza quarantennale del distributore Bilivin. Stefano ha ricordato come il mondo della birra sia cambiato completamente negli ultimi decenni e più negli ultimi 5 anni che in tutti i precedenti. Negli anni ’90 la birra stava solo in pizzeria e i pochi locali specializzati (i pub) avevano 5 birre: la chiara, la doppio malto, la rossa, la weiss e la stout. Oggi tutto è molto diverso, c’è molta richiesta, ma bisogna essere bravi a comunicare il prodotto. Non è sempre semplice trovare le parole giuste per descrivere la complessità della birra artigianale e bisogna sempre ricordare che in molti casi ci si rivolge a un consumatore quasi completamente digiuno, in materia. Bisogna quindi impegnarsi per usare termini semplici, alla portata di tutti. Altrimenti può essere controproducente. Se un consumatore ordina una berliner weisse pensando che sia una normale weisse certamente non beve quello che si aspetta!

Dopo l’esperienza di un distributore “classico”, sul mercato da molti anni, abbiamo chiesto una testimonianza a un’azienda molto più giovane, che lavora soltanto col segmento “craft”. Daniele Toniutti ha raccontato l’esperienza del suo 1001 Birre, sia come vendita online sia come distribuzione. Daniele ha insistito sulla centralità della figura del publican. Solo un bravo professionista è in grado di conservare e servire al meglio un prodotto artigianale. Non solo, se chi somministra riesce ad appassionare il consumatore, a raccontargli con efficacia quello sta per bere, allora il prezzo di vendita non è un vero problema. Quello che invece è importante è fare chiarezza, non mescolare i livelli. Ci sono molte birre industriali, di importazione, che sono ovviamente più che legittime, ma che non dovrebbero mescolarsi con i prodotti artigianali italiani, altrimenti si crea confusione e il consumatore non capisce. È molto importante comunicare la provenienza della birra e il tipo di birrificio in cui è prodotta.

Va in questa direzione l’idea di inserire, in questa edizione della guida, alcuni dati aggiuntivi, non presenti in precedenza, tra cui l’assetto societario dei birrifici. Probabilmente la maggior parte dei consumatori non si è mai posta il problema e proprio per questo ci sembra invece importante indicarlo in guida. Idem per la provenienza delle materie prime o per alcuni dati sulla produzione: segnalare questi elementi significa comunicare al consumatore che sono importanti, che non sono dettagli trascurabili, ma al contrario informazioni necessarie per comprendere meglio i birrifici e il loro prodotti.

Daniele chiude il suo intervento ricordando che nel loro sito i bottoni più cliccati sono l’ordinamento per prezzo e le novità. Un mercato assetato di nuove etichette, di nuovi produttori, dove una birra, per quanto valida possa essere, non viene più richiesta se già provata una volta. Per citare Daniele: «A Roma si parla tanto e si beve poco». Una frase che fa molto pensare.

 

Molto utile è stato l’intervento di Michael Opalenski, volato apposta da New York per rappresentare B. United International, il più importante importatore di birre italiane (e non solo) negli States. Michael ha indicato alcuni dati del mercato craft americano, che negli ultimi dieci anni ha vissuto una crescita molto importante. Nel 2008 erano attivi 1521 birrifici, per una quota di mercato pari al 4%, nel 2010 i dati salgono 1749 aziende, per il 5% del mercato, nel 2012 si arriva a 2401 e 6,5%, poi nel 2014 si sale ancora a 3418 e ben 11% del mercato, nel 2015 i birrifici crescono ancora (fino a quota 4544), ma la crescita della quota di mercato rallenta, attestandosi a 12,2%, nel 2016 i birrifici superano le cinque mila unità, arrivando a 5224, ma lo share dei consumi pare essere arrivato al limite, segnando un 12,3%. Gli ultimi dati, quelli relativi al 2017, confermano la crescita di birrifici, che arrivano a 6266 unità, mentre il mercato in volume cresce molto meno, fino a 12,7%.

Come giustamente sottolineato da Giuseppe Olivero, presidente di Onab, si tratta di dati relativi al volume, non al valore. 12,7% del mercato americano equivale a più del 23% in valore (le craft beer valgono 26 miliardi di dollari dei 111 complessivi del mercato birra americano), con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente.

Questi dati sono importanti, perché raccontano una scena che ha molti collegamenti (con dimensioni e storia diverse, ovviamente) con la scena italiana. Negli Stati Uniti un numero sempre crescente di birrifici lotta per dividersi una torta sostanzialmente stabile e quindi il mercato è molto sensibile alle mode passeggere e alle novità.

In questo scenario si inseriscono le nostre birre artigianali, forti di un «packaging molto figo» e spesso di proposte molto originali, magari con materie prime decisamente insolite. Questo piace molto ai consumatori americani (e funziona particolarmente nel settore della ristorazione), anche se un grosso limite è rappresentato dal prezzo, a volte molto alto, delle nostre produzioni.

Il tema dell’originalità delle ricette è stato ripreso da Pietro Fontana, birraio del Carrobiolo. Per lui le ricette più stravaganti (a Monza produce birre con il pomodoro, con i funghi porcini e coi cetrioli) sono uno sfogo, un’espressione di creatività e un gioco necessario per continuare a sentirsi “vivi” e per produrre con maggior entusiasmo anche le birre più semplici e ordinate, come la pils, la keller e la brown ale.

Tema della semplicità che sembra contrapposto, ma che in realtà probabilmente è complementare. Da un lato servono le birre più originali per catturare l’attenzione di vecchi e nuovi clienti, dall’altra però non bisogna dimenticare l’importanza delle birre più semplici, normali, classiche.

A margine del tavolo di discussione sono stati consegnati anche i premi speciali assegnati dai partner della presentazione, Veralia ed Eurostampa, aziende leader nella produzione di vetro alimentare e di etichette. Veralia ha consegnato a Nicola Perra del birrificio sardo Barley il premio come migliore interprete delle Italian Grape Ale, mentre Eurostampa ha premiato il birrificio pesarese 61cento per la bellezza delle sue etichette.

I lavori si sono chiusi con un augurio: che questo bel tavolo di confronto possa essere un primo tassello di un percorso molto più ampio, da costruire assieme ai birrifici, a Unionbirrai e a tutti gli attori della filiera. Alcune idee sono già in caldo.