Importanza dell’origine e tragedia delle nostre Doc

Il babbo di una delle responsabili dell’ufficio stampa di Slow Food è appassionato di vino. Diversamente appassionato, se posso dire. Se infatti i devoti del vino oggi sono quasi tutti riuniti, come il sottoscritto, nella liturgia dei cru, dei singoli vigneti e della storia che ha portato un territorio a una qualsivoglia classificazione enologica, intenti a imparare le vigne più piccole a memoria; il padre di Michela Marchi ha sovvertito le gerarchie in modo davvero originale.

A casa sua, Gavoi, nel centro della Sardegna, compra uva di amici contadini e distingue poi il vino attaccando una piccola etichetta bianca con la zona di provenienza o il nome del proprietario della vigna. Una classificazione ancestrale che tiene conto in modo schietto e acuto di due elementi fondanti l’essenza stessa del terroir: geografia e elemento umano.

 

Leggendo qualche testo sulla storia del vino e in particolare Il Tempo in una bottiglia, edito da Codice Edizioni, ho appreso che gli antichi egizi più o meno operavano nello stesso modo del babbo di Michela. Ecco un’interessante estratto del libro da pagina 17: “Per quanto ci possano apparire lontani, gli egizi svilupparono molte delle convenzioni che riteniamo moderne. Dopo aver avviato la produzione di vino nel delta del Nilo, gli egizi ben presto elaborarono un sistema di classificazioni e denominazioni che sarebbe stato adottato in Francia migliaia di anni dopo. I singoli recipienti di vino erano etichettati con il nome della regione, l’anno di produzione e persino il nome del produttore”.

Viene da pensare che il sistema di classificazione naturalmente più vicino al saper fare agricolo sia quello adottato in Borgogna nel 1935 che seguiva, istituzionalizzandolo, il secolare lavoro dei monaci e degli agricoltori francesi avevano individuato i migliori climats per la produzione di vino.

Dispiace invece che in Italia tale sistema sia stato adottato solo in poche regioni e con colpevole ritardo. È celebre a tale proposito la battaglia negli anni settanta tra Gino Veronelli e Paolo Desana, presidente del comitato nazionale per la tutela della denominazione di origine dei vini. Veronelli invocava la possibilità di mettere in etichetta il singolo vigneto di provenienza.

 

Dispiace anche che oggi il sistema delle denominazioni italiane sia diventato gigantesco e immobile con parametri geografici troppo larghi, maglie troppo larghe per i vitigni ammessi e una rigidità anacronistica nei criteri di degustazione. Succede così che un ottimo bianco delle colline lucchesi come il Fabbrica di San Martino, esempio di appartenenza e storia del territorio nella vendemmia 2015 abbia dovuto prendere la strada dell’Indicazione geografica tipica, perché bocciato in sede di degustazione.

  • Maurizio Gily

    le maglie sono a volte troppo larghe, a volte troppo strette, con DOC di cui non si sentiva il bisogno e che infatti non battono un colpo. Le commissioni che bocciano vini meritevoli (ma va detto che ne bocciano anche molti immeritevoli… bocciare un vino palesemente difettoso non è anacronistico), è una cosa che accade soprattutto in Toscana ed è sintomo di un certo scollamento tra il giudizio dei tecnici e quello dei consumatori. Però sono due questioni distinte.