Il vino delle ragazze

Oltre al Salone del Gusto, oltre alla ormai arcinota presentazione della Guida Slow Wine, oltre al concerto di Tonino Carotone all’Hiroshima, oltre alla camera di albergo condivisa rumorosamente con Fabio Giavedoni e Paolo Camozzi, oltre alla brillante idea di portare la bicicletta, sbriciolatasi poi a nemmeno 24 ore dall’arrivo a Torino, oltre ai dieci minuti di metropolitana senza pilota “che sembra un giro di giostra” tra Lingotto e Porta Nuova, oltre a tutto questo, un altro momento, del soggiorno di fine Ottobre a Torino, conservo gelosamente: l’incontro con Arianna Occhipinti, Francesca Padovani, Nadia Verrua e i loro vini.

Il Vino delle ragazze, questo il titolo dato all’incontro coordinato dal sottoscritto, teso a far conoscere realtà vitivinicole, diverse per geografia e vini proposti ma accomunate dal fatto di essere guidate da giovani donne, era un laboratorio non facile che rischiava la deriva stucchevole e ormai stanca dell’enologia di genere. Così non è stato e il merito va alla personalità delle protagoniste. Nel dipanarsi della degustazione, davanti a una platea davvero interessata come spesso accade in queste occasioni, si sono svelate tre personalità differenti, le quali, per storia personale e inclinazione dell’anima costituiscono altrettanti percorsi produttivi che valgono un approfondimento in quanto paradigmatici dell’incontro atavico tra vignaiolo/agricoltore e territorio d’elezione.

Arianna Occhipinti: la Sicilia e la rinascita di un terroir

Conoscevo Arianna Occhipinti soltanto attraverso i suoi vini. Proprio in essi intuivo l’intelligenza agricola di questa produttrice di Vittoria. Vini aerei giocati sulla dinamica verticale della materia nella quale il frutto varietale del nero d’Avola e del frappato è al servizio di una freschezza mai in discussione, di un carattere rigoroso e fermo. Arianna è davvero un’ottima comunicatrice, dice ciò che fa in modo entusiasta e convinto, trascinando nella sua orazione gli ascoltatori, me compreso. L’intenzione produttiva di Arianna è stata fondamentale per la comprensione della reale espressione caratteriale dei vini siciliani liberandoli da una superficiale, poco approfondita e omnicomprensiva idea di frutto, concentrazione e carenza di tensione acida. In poco tempo, il suo lavoro, condotto in modo trasversale, dalle pratiche di vigna alla cantina, ha contribuito a delineare in modo preciso i confini geografici dell’areale di Vittoria nello scacchiere composito e affascinante della regione. Ciò emerge chiaramente nei vini che ha portato in degustazione: SP68 2011 e il Cerasuolo di Vittoria Grotte Alte 2006. In questi vini si racchiude anche l’essenza del suo percorso di vignaiola. L’SP68 2011 ha florealità e succo; vino verticale che dispensa fragranza e piacere immediato. Il suo carattere può stupire a un approccio non consapevole dell’attitudine reale in dote a un intero comprensorio vitato. Il Grotte Alte 2006 invece è un ennesimo punto di partenza per Arianna o forse sarebbe meglio dire uno snodo della sua strada. Proveniente da un vigneto molto vecchio nella sua contrada Fosso di Lupo, rappresenta la sfida della produttrice al tempo, l’idea di consegnare la denominazione Cerasuolo di Vittoria alla prova dell’evoluzione. Un’espressione cristallina che sa di spezia, curry, e note floreali per un palato articolato, dalla progressione trascinante. Verrebbe da accostarlo, attraverso un volo pindarico, ai vini di Borgogna capaci di sottrarre concentrazione e regalare complessità. Se i vini parlano di Arianna, della sua storia personale, lei descrive il suo ruolo nel contesto della denominazione. Il suo “attivismo” è cambiato molto rispetto agli esordi, verrebbe da dire maturato. “Prima ricercavo un ruolo individuale come produttrice – ci racconta – ora ho capito che è solo attraverso il confronto con il mio territorio che possiamo generare qualcosa di duraturo e significativo anche per le generazioni future”.

 

Francesca e Margherita Padovani: Montalcino e lo scontro quotidiano

Francesca Padovani è un’amica. Ci siamo conosciuti, circa due anni fa, nella visita che effettuai in azienda per la prima edizione della Guida. Un incontro che si trasformò in dialogo ininterrotto, con il vino a fare da filo rosso: succede, per fortuna. Insieme alla sorella Margherita, Francesca vive a Montalcino e la loro azienda, Campi di Fonterenza, è stata tra le prime del comprensorio ad affrontare un percorso di viticoltura naturale seguendo la disciplina biodinamica. Originarie di Milano, Francesca e Margherita, hanno intrapreso con rigore la strada della viticoltura, affrontandolo dalla parte più impervia e scivolosa quella della fatica quotidiana e dell’isolamento della vigna. Approccio non scontato se pensiamo al contesto generale che ruota intorno all’imprenditoria viticola. Naturale che un’esperienza del genere trasmetta simpatia e solidarietà. Francesca non ama parlare in pubblico e portarla in questa degustazione ha reso necessarie maggiori attenzioni da parte mia. Ne è valsa la pena. La narrazione è davvero avvincente, perché scevra di quei filtri comunicativi ormai comuni a tutti i viticoltori. Quasi tangibile appare la sua esperienza, condivisa con Margherita, della frizione tra volontà di far parte di un territorio, fantastico per vocazione e tormentato per storia enologica-politica, e la difficoltà di essere accolte in una comunità, la cui formazione è avvenuta per lenta sedimentazione sociale, nella quale l’altro, il diverso da sé, è accettato nella misura in cui riesca a conformarsi a delle regole imposte dalla consuetudine. Si tratta di uno scontro quotidiano comune a una generazione come quella di Francesca e Margherita, unita nella difficile intenzione di aprire nuove prospettive senza perdere il rispetto del passato. Ancora una volta è nei vini portati da Francesca che ogni parola spesa per parlarci della sua esperienza produttiva assume senso compiuto. Il primo vino proposto è il Pettirosso 2011. Sangiovese in purezza affinato in acciaio proviene dalle vigne ad alberello più giovani. Rappresenta il carattere più immediato del sangiovese in terra ilcinese, un vino che offre un’ulteriore declinazione delle potenzialità di questi luoghi. L’intenzione per Campi di Fonterenza è di offrire un’alternativa alle denominazioni istituzionali del comprensorio, (Brunello, Rosso e San’Antimo) senza tradire il senso profondo dell’appartenenza espressa dal sangiovese piantato sul proprio suolo di elezione. Il colore è splendido, luminoso e vivido, profumi floreali, piccanti e balsamici. La materia è succosa, sorretta da freschezza. Un vino davvero riuscito. Il Brunello di Montalcino 2007 esprime tutta la sua complessità. Non è un vino immediato, non lo deve essere. Incontrarlo genera un’iniziale frustrazione ma grande entusiasmo dopo la necessaria attesa. Lavorato con il minimo intervento enologico, nel massimo rispetto delle uve si esprime infatti lentamente, preferisce la riflessione e l’ascolto non la competizione. Il palato è di qualità assoluta; qui il lavoro svolto in campagna si riflette pienamente nella dolcezza del tannino, nella spinta acida non comune per l’annata e in un tratto gustativo che privilegia la dinamica rispetto all’opulenza. Forse concede qualcosa nella focalizzazione dei profumi ma ciò è secondario una volta posta la nostra attenzione sul carattere. Se penso alle prime annate di Brunello è facile riconoscere la progressione qualitativa dei vini, testimoni di una confidenza sempre maggiore con la materia prima e la sua lavorazione. Francesca esprime però il desiderio di maggiore libertà “Abbiamo individuato alcune vigne molto vecchie in montagna (Monte Amiata n.d.r) – ci dice – tesori nascosti che ci piacerebbe valorizzare fuori dagli schemi di una denominazione così importante e posta sempre sotto i riflettori.”

 

 

 

Nadia Verrua: il Grignolino, il Ruché e il senso della continuità

Nadia Verrua possiede la rara qualità della grazia verbale ovvero la capacità di racchiudere, in poche parole, espresse quasi a fil di voce, concetti ed emozioni che assumono così un senso ancora più profondo. La sua azienda si trova sulla collina della Mezzena a circa 300 metri di altitudine nel comune di Scurzolengo, cuore produttivo di vitigni come Ruché, Grignolino e Barbera. Nei vini di Nadia si riconosce, in modo cristallino, la continuità con la storia agricola di questi luoghi. Sono vini dove il senso di appartenenza emerge con forza, non facili d’acchito perché la loro espressione gustativa trascina il bevitore fuori dai normali percorsi di degustazione; diventa difficile comprendere la bellezza di questi vitigni se non si è disposti alla contaminazione con il tessuto storico-culturale che li ha generati. Proprio nella singolarità caratteriale di vitigni come Grignolino e Ruché si afferma il valore del lavoro di Nadia, teso all’elaborazione personale della tradizione vitivinicola respirata fin da piccola. Non giova alla narrazione riportare le parole di questa produttrice perché la trascrizione farebbe perdere al lettore la proporzione perfetta del suo intervento. Il contributo tangibile di Nadia alla storia della sua azienda consiste nella completa conversione al biologico. La prima volta, purtroppo anche l’unica, che andai a trovarla qualche anno fa mi disse che quello era un motivo di discussione in famiglia. La coscienza produttiva di Nadia ha permesso anche un’evidente progressione qualitativa senza peraltro perdere nei vini quel senso spontaneo di aderenza al territorio, splendido il filo rosso della produzione aziendale. All’assaggio abbiamo avuto il Ruché di Castagnole Monferrato 2011 e il Grignolino d’Asti 2011. Nadia ripete spesso che l’anima del territorio emerge lampante in questi due vini, capaci di riverberare la diversa vocazione dell’Astigiano. “Spesso chi ama il Ruché -sostiene Nadia- non adora il Grignolino e viceversa”. Il Ruché ha impatto floreale, rosa, con accenni di rabarbaro. In bocca ha dinamismo e grande bevibilità. Un vino dal carattere deciso, desueto e di sicura personalità. Il Grignolino introdotto da Nadia con “è un vino nelle mie corde” ha splendidi profumi fruttati con cenni balsamici. Il tannino è evidente come deve essere, ma la beva conserva succo e agilità. L’espressione liquida della gioia di bere. Le parole di Nadia irradiano il laboratorio che pare comprendere come la sua viticoltura, e in generale la viticoltura radicata nelle generazioni e nei luoghi, sia vitale per la sopravvivenza della nostra migliore agricoltura.