Il triste futuro del giornalista enoqualcosa

4659422Un fantasma si aggirava nelle varie sale delle degustazioni che ci hanno accolto nella settimana delle Anteprime toscane. Si trattava di quello di Antonio Galloni, da qualche giorno staccatosi dall’ala protettiva di Robert Parker.

 

La maggior parte dei colleghi, infatti, non si interessava tanto al destino del buon Antonio, piuttosto della persona che prenderà il suo posto. Insomma si è scatenato il toto nomi. L’impressione che ho avuto, intrepretando i pensieri espressi dai colleghi, era che lavorare per Parker fosse una sorta di salita in Paradiso.

 

Il nostro piccolo mondo, quello che si frequenta durante le Anteprime, è in forte crisi. Un po’ come l’Italia intera direte voi. Questo è vero solo in parte. Se si vanno a vedere i numeri, il vino in realtà è uno dei pochi comparti a essere in discreta salute. Però i produttori vendono all’estero e non in Italia e quindi mi pare che i rubinetti si siano ancor più chiusi di una volta. Assistiamo così, ad esempio, alla possibile scelta del Consorzio del Gallo Nero di eliminare la propria anteprima perché investire 400 mila euro in una manifestazione rivolta al mercato interno non pare aver più senso. Sempre rimanendo ai dati raccolti negli ultimi giorni abbiamo saputo che l’Italia è ormai il secondo mercato per il Chianti Classico.

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Una situazione di questo tipo ha delle conseguenza pesanti sul giornalismo enologico del nostro paese. Dalle confidenze raccolte da altri responsabili di guide, i budget sono stati tutti ridimensionati e così girare per cantine diventa ormai un’impresa, mentre alcune pubblicazioni sono ricorse anche al pesante taglio del formato.

 

Non vorrei che a questo punto uscisse il “solito” supporter delle nuove tecnologie con una frase di questo tipo: «voi della carta stampata siete morti e finalmente ve ne siete accorti». Se questo accade posso rammentare che anche i siti web di maggior successo (tipo Intravino) non pagano i loro collaboratori. Quindi che si fa? Si campa di aria nel Web?

 

Per questo vorrei proporre una riflessione il più possibile pacata sul nostro lavoro e su quella che per tutti noi è anche una passione. Come si fa a lavorare con professionalità e indipendenza in questo mondo?

 

Perché scrivere di vino non è semplice e richiede dei mezzi economici importanti se si vuole fornire un servizio di alto livello ai propri lettori. Gli spostamenti per le visite sono costosi, partecipare agli eventi idem, comprare il vino per le degustazioni e i libri giusti per aggiornarsi continuamente è proibitivo.

 

Se l’unico “sogno nel cassetto” di chi si occupa di vino in Italia è quello di prendere il posto di Antonio Galloni è un triste epilogo. Per fare impresa scrivendo di vino, cosa decisamente impegnativa (vista la situazione attuale), secondo me bisogna pensare di utilizzare un mix di strumenti: cartaceo, web, applicazioni, eventi nazionali ed eventi esteri.

 

 

Una strada che noi di Slow Food Editore abbiamo intrapreso da due o tre anni a questa parte. Il cartaceo va bene (quest’anno rilanciamo con la Guida al Vino Quotidiano presentata a Vinitaly), le App benissimo (Slow Wine è la quinta più bella applicazione secondo la Apple), su internet dobbiamo ancora fare un po’ di strada.

 

logo_app_slow_wine_copiaGli eventi all’estero sono molto confortanti con degustazioni che si riempiono da sole, ribadendo l’impressione già espressa in precedenza: grande amore degli stranieri per il nostro vino e momento di appannaggio in patria.

 

Infine, vorrei terminare con una riflessione rivolta ai produttori di vino che in Italia stanno tirando i remi in barca diminuendo il loro impegno. La cosa non mi stupisce e ritengo sia comprensibile, però si è forti nel mondo se si è forti in casa, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista culturale. Avere una stampa povera, non indipendente e incapace di avere un proprio peso all’estero non è un bel segnale per il futuro del vino italiano.

 

Giancarlo Gariglio