Il Sodaccio di Montevertine: la verticale completa

IMG_1162Ci sono occasioni nella vita, in verità piuttosto rare, nelle quali puoi a ben diritto ritenerti un fortunato e privilegiato. Lo è stato sicuramente sabato 11 maggio 2013: essere invitati ad una verticale completa mai fatta, unica e irripetibile, di un grande vino che non esiste più, in compagnia di cari amici, è esperienza da raccontare a figli e nipoti.

Il vino è il Sodaccio di Montevertine, azienda gioiello di Radda in Chianti, che non ha bisogno di presentazioni.

Si tratta di un primo tentativo di “cru” aziendale, prodotto da singola vigna di 1,5 ettari piantata nel 1972, esposta a sud-sud/est  ad una altezza tra 380 e 420 slm, su terreno calcareo, duro e sassoso, contigua alla vigna storica del Pergole Torte. Nato su specifica richiesta come esclusiva di Giorgio Pinchiorri, è stato prodotto in 12 annate tra il 1981 ed il 1998. In realtà  solo ’81 e ’82 sono rimaste esclusiva di Pinchiorri, mentre con la ’83 è iniziata la commercializzazione a tutti. La vigna dopo il 1998 è stata dismessa, sopraffatta dal mal dell’esca, ed oggi il sangiovese prodotto nella nuova vigna reimpiantata è destinato al Pergole Torte.

L’uvaggio prevedeva sangiovese per l’85% e canaiolo per il restante 15%, fermentazione e malolattica in cemento, affinamento per 2 anni in botti da 8, 10 e 12 hl. Produzione intorno alle 10/12.000 bt per annata.

Un grazie di cuore a Martino Manetti ed alla moglie Liviana per averci concesso questo privilegio.    

Con loro, la compagnia degustante era composta dal solito gruppo di amici appassionati, provenienti da varie parti di Italia

IMG_1167-1che, non spesso, ma con una certa regolarità, si ritrovano di fronte a tavole imbandite e moltitudini di bottiglie, sacrificandosi. In nome della conoscenza, sia chiaro. Presi uno ad uno, ed ognuno a suo modo,  veri e propri talenti nel campo della degustazione e della critica, ma che, messi tutti insieme, diventano, fortunatamente, un “bel branco di cazzoni”. (Chi indovina, dalla foto a lato, almeno 8 dei degustatori maggiorenni, vince un vuoto del Sodaccio n.d.r.) Uno di questi, l’ottimo Luca Santini, ha recentemente aperto con altri soci l’enoteca con cucina “Piazza del Popolo” a San Miniato, luogo “necessario”  del quale abbiamo già parlato qui, dove si è svolta la degustazione, seguita da pranzo preparato dalla mano ben calibrata e non priva di estro dello chef Salvo.

Tutte le bottiglie provenivano dalla cantina di Montevertine, dalla quale non si erano mai mosse.

La degustazione ha restituito l’immagine di un grande vino, dalla forte connotazione territoriale, con un fil rouge di essenzialità- terrosità/ferrosità-acidità spiccata-trama tannica affilata-verticalità, molto “Raddese”, che ha accomunato tutti i campioni, seppur giustamente abbastanza diversi tra loro e coerenti con le peculiarietà delle varie annate.  

Da sottolineare come, in maniera affatto casuale, tutte le bottiglie che sono state considerate migliori, appartengono agli anni ’80.  

Ci piace anche pensare, con Martino, che la verticale del Sodaccio abbia contribuito a cercare di riempire il vuoto lasciato dalle tre persone che di questo vino sono stati gli artefici principali: il genio visionario di Sergio Manetti; l’umile ma assoluta competenza tecnica di Giulio “bicchierino” Gambelli; la sapienza contadina e la semplicità di Bruno Bini, “braccio” e anima aziendale, che solo poche settimane fa se n’è andato all’improvviso, nel sonno. 

Di seguito qualche nota sulle annate assaggiate.

Prima batteria

1998

Umorale ed in odor di terziarizzazione, con cuoio e terra bagnata che assecondano l’integrità del frutto. Una piacevole nota di scorza d’arancia essiccata nobilita il profilo, austero ed elegante. La tensione gustativa è sottolineata dal nerbo acido e dalla sapidità, vettori di una trama sottile ed aguzza, con solo qualche asperità nel finale.

1997

Aperto su note calde e evolutive. Fiori macerati, carne, brodo, esprimono, con garbo e misura, la maturità e il calore dell’annata. La larghezza ed avvolgenza iniziale lasciano spazio ad una acidità rinfrescante che sostiene e distende la dinamica, con finale pulito e gustoso. Nonostante un tannino leggermente rigido, è indubbiamente una delle cose più belle che si possano assaggiare in Toscana in questa annata.

1995

Ferro, arancia rossa, menta, su sottofondo di terra bagnata e sottobosco,  caratterizzano un profilo aromatico fresco e intrigante, cangiante e sfumato, il più giovanile della batteria. Elegante e slanciato al palato, affilato e lungo, con acidità fragrante e saporita. E’ vino tenace e ossuto, di grande fascino, come il Pergole Torte pari annata.

1994

Il livello qualitativo dell’annata, decisamente più piccola, è avvertibile, seppure declinato con dignità e orgoglio. Il profilo olfattivo è reticente ed un po’ offuscato, la terziarizzazione più avvertibile nei toni di caramello e goudron.  Si distende con misura e garbo, senza lo slancio dei migliori, con componente fruttata di bella piacevolezza, ma la trama tannica rimane scoperta, e la dinamica un po’ asciugata.        

 

Seconda batteria

1990

Irrompe al naso e in bocca caldo, espansivo, imponente e assertivo, coniugando potenza e integrità, in un contesto di grande qualità e classe. L’entusiasmo iniziale verrà intaccato poi dall’evoluzione nel bicchiere, che ne accentuerà la maturità e una certa staticità, sensazione amplificata anche dall’impressionante performance dei campioni successivi nella batteria. Comunque bottiglia di livello altissimo, felice espressione dell’annata.

1988

Si concede con iniziale reticenza, umorale e caratteriale, si apre poi su note rugginose e ferrose, accenni agrumati ad arricchire la base terrosa e floreale. La bocca è sontuosa, ha tutto e di più, salda, grintosa, ma anche elegante, con tannino tenace e di gran fattura, acidità quasi “salata”, finale profondo e pulitissimo. Presumibilmente ancora lontano dall’apice della  sua parabola evolutiva. Per la maggioranza dei degustatori , compreso lo scrivente, vino della giornata.

1987

Sorprendente espressione di una annata considerata abbastanza debole. Tenue, timido, con terziarizzazione discreta e misurata al naso, di sicuro fascino. Sferzante, sottile e nervoso , non nasconde i propri spigoli e la nudità del tannino, la spiccata sapidità ne sottolinea la vocazione gastronomica. Ha il solo torto di essere capitato in mezzo ad una batteria di giganti.

1986

Ennesima conferma dell’attuale stato di grazia di molti grandi vini toscani, base sangiovese, in questa annata non catalogata tra le più accreditate. Il naso è IL naso della verticale: sfumato e cangiante, floreale e dal fruttato integro, nettamente salmastro e iodato, ben definito e con splendida e fine terziarizzazione. La bocca non ha grande peso, si muove con eleganza e passo felpato, con tannino ben risolto e saporito. Manca il guizzo finale e la profondità di altre annate, ed alla distanza non nasconde la sua intrinseca fragilità. Ma non si può chiedergli di più…

 

Terza batteria

1985

Vino monumento. Integro, potente, profilo aromatico roccioso, con frutto che assume tonalità più scure, balsamico, di una freschezza ai limiti dell’algidità. Sembra abbia fermato il tempo. Bocca imponente, tosta, che ha trasformato il calore dell’annata in grinta e tenacia. Il tannino ancora mordace e finanche contratto nella sua esuberanza. Alcuni lo preferiscono all’ 88, rispetto al quale ha un naso più aperto ed ampio (in particolare la seconda bottiglia aperta), ma un pizzico di profondità e mobilità in meno. Anche in questo caso, come, scavando nella memoria degli assaggi recenti,  per il coetaneo Pergole Torte, la sensazione è che tra 10/15 anni lo ritroveremo esattamente dove l’abbiamo lasciato.

1983

Uno dei due punti più deboli della verticale. Martino ne aveva un ricordo molto migliore, ma entrambe le bottiglie aperte hanno mostrato lo stato di evoluzione avanzata di un vino che, con molta dignità, denota una certa stanchezza e sta cedendo al passare del tempo.

1982

Altra annata problematica, almeno nei campioni provati nell’occasione: tutte e tre le bottiglie aperte erano inficiate da un problema  legato al tappo, con sentori netti e avvertibili nelle prime due; più subdolo, ma presumibilmente determinante nel decadimento fin troppo accentuato del vino, nella terza. Peccato              

1981

Commovente. Vino di una freschezza fruttata e floreale così garbata e sussurrata da fare tenerezza. Piccolo, sapido e gustoso, preciso nella sua dimensione “minore”. Di bevibilità estrema, ma non privo di una certa lunghezza e complessità. Se 88 e 85 sono stati per tutti i vini top per completezza, integrità e profondità, questo, insieme all’86, è stato il top a livello di emozione e coinvolgimento. Bello vedere la gioia, ai limiti dell’incredulità, di Martino nell’assaggio di questo vino.    

Gli insaziabili possono trarre giovamento anche ricorrendo alle note di degustazione tratte dal blog dell’amico e collega Mauro Erro.

  • Ne ho indovinati 10, voglio tutti i vuoti! 😀

  • fabio

    Grazie Fausto
    per aver coinvolto anche i tuoi compagni di degustazione 🙂
    Fabio