Il Refosco dal Peduncolo Rosso, un rosso friulano dal carattere aristocratico: cronache di un incontro

“Un vitigno per amatori”: così lo ha definito Carlo Petrussi, riferimento agronomico in Friuli. Questa affermazione veniva ascoltata qualche mese fa durante un caffè. L’oggetto della conversazione? Mettere assieme un tavolo di discussione sul Refosco dal Peduncolo Rosso. Finito il caffè una lista di produttori è sorta liberamente, scorrevole e senza indecisioni. In “tempo di pace” – per così dire, cioè immediatamente dopo le vendemmie – avremmo invitato (noi di Slow Wine Friuli Venezia Giulia) una cerchia di produttori attorno a un tavolo. E così è stato.

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Non è stato difficile intrecciare e condividere le nostre opinioni, che hanno in breve portato a una trama comune: il vitigno rosso friulano più intrigante – e anche più incostante – è il Refosco dal Peduncolo Rosso, spesso imbottigliato in versioni non all’altezza dei prodotti più rappresentativi.

Nell’attesa di questo incontro l’estate 2015 ha riservato una bella vendemmia, belle uve e qualche piccola sorpresa, inseritasi a sorpresa in questo cammino. A Settembre il Refosco è stato un illustre assente al consueto incontro tecnico regionale che precede le vendemmie, svoltosi proprio in terra di Refosco – in quella Tenuta Ca’ Vescovo posta al centro delle terre della Doc Aquileia, oramai sommerse da bollicine frizzanti ottenute da glera e non solo. Il mese prima il Refosco non aveva certo ricevuto miglior trattamento nel Cervignanese, dove era stato oggetto di un goffo e incompleto tentativo di valorizzazione.

DSC_4287Qualche giorno fa uno zoccolo duro di produttori di Refosco – eviteremo d’ora in poi di aggiungere “dal Peduncolo Rosso”, anche se la dizione giusta è quella estesa – si è ritrovato attorno a quel tavolo, ospiti di Ivan Uanetto della Trattoria Da Nando, a Mortegliano (Udine): erano presenti Giorgio Bertossi (Mulino delle Tolle), Mirko Degan (Meroi), Natale Favretto (Vigne del Malina), Lorenzo Mocchiutti (Vignai da Duline), Alberto Pelos (Renata Pizzulin), Enzo Pontoni (Miani) assieme al suo aiutante Federico, e infine Marco Sara e Francesco Tarlao delle omonime aziende.

Gli incipit e le argomentazioni di Slow Wine e di Carlo Petrussi hanno dato in breve inizio a una discussione attenta: le premesse dell’incontro sono la rinascita di una base quantitativa e qualitativa necessaria alla valorizzazione del prodotto. Il Refosco di qualità esiste ma, numericamente parlando, non può aspirare ad ampie platee, e anche i più noti esempi non sono oggi al centro degli interessi mediatici.

Se è vero che la discontinuità qualitativa di questo vino non lo ha posto di frequente sotto i riflettori degli appassionati, è inopinabile che un buon numero di sensibili produttori esiste e opera in una direzione qualitativa e non speculativa: stiamo pur sempre parlando di un vitigno dai tratti quantitativi generosi. Il Refosco manca quindi di una propria entità e – ci dice Petrussi, che ha polso sull’andamento del comparto friulano – sebbene vitigno interessante non ha seguito tra i produttori della zona, che da tempo non mettono più a dimora nuovi impianti di Refosco.

La discussione prende forma e concretezza anche grazie alla spinta di Enzo Pontini, subito condivisa: dobbiamo dare un senso tecnico e costruttivo all’incontro. Senza queste premesse non si può crescere: veloci, superficiali e sporadiche promozioni politiche fatte sulla carta non hanno gambe lunghe. «Per fare un buon Refosco bisogna volergli bene, e quindi cosa bisogna fare per voler bene al Refosco?».

ferosco 2Dal tavolo emergono diverse considerazioni dai tratti comuni che tento di riassumere così: 1) bisogna evitare di scadere sulle note verdi, derivanti per approssimazione in vigna e/o in vinificazione, senza cedere il fianco a quel gusto che viene definito “locale”. Su questo punto bisognerà esser caparbiamente decisi: se rustico, difettato e incentrato su note vegetali non deve più esser definito tipico (e qui gli sguardi dei produttori giustamente si rivolgono a noi che scriviamo di vino…).

2) Ricercare alla base l’equilibrio produttivo su terre povere, limitando le concimazioni per farlo diventare vero traduttore e interprete del suolo e del territorio. 3) Si dovrebbero ricercare e selezionare i cloni più qualitativi e con maggior capacità di sintesi del terroir qualora – come sperato da tutti – questo vitigno venga in futuro reinpiantato; e, nel caso, che vengano destinati al Refosco i terreni di medio impasto – in parte argilloso e a base di arenaria, non di marna – meglio se in presenza di terre rosse e, nel caso della pianura, con Ph basso. La potatura dovrebbe essere corta, ma non esasperata, con 5/6 gemme per pianta.

Enzo Pontoni ci richiama sul carattere del risultato finale: dalla vinificazione deve emergere un succo dal carattere speziato – molto ben presente nei campioni che durante la discussione assaggiamo a ruota libera – e possibilmente utilizzare in vinificazione esclusivamente lieviti indigeni, per permettere una espressione di maggior carattere. Da evitare invece – su questo sono tutti concordi – i sentori animali, risultato di riduzioni, come spiega Giorgio Bertossi.

L’andamento climatico? Se vi sono temperature basse e climi freschi il Refosco, uva rossa dal carattere selvatico, matura bene; non ama la siccità e gli stress idrici elevati, sopporta ancor meno le alte temperature. Avendo un ritmo di maturazione piuttosto particolare richiede parecchie attenzioni: ha un carattere ribelle e dai tratti anarchici, spesso matura tardi. Marco Sara, che ha vigne nei territori collinari più a nord della regione, ci evidenzia che nelle sue zone anche un’annata troppo fresca può esser penalizzante. Sicuramente da ridiscutere il tema delle esposizioni fogliari, dove scambi d’idee e di giovani esperienze devono ancora dare i loro frutti. Certa invece è la considerazione che il Refosco ha buccia delicata, con pochi tannini e che non ama scottarsi. L’eterogeneità dei grappoli certo non aiuta a definire i giusti tempi di vendemmia ma aumenta la complessità e gli indici di variabilità del prodotto.

In merito alla vinificazione Natale Favretto – forte di esperienze anche fuori dai confini regionali (il refosco è presente anche nella vicina Istria, dove le terre più rosse danno vini un po’ più corti) – predilige la vinificazione a tino aperto; pertanto una vinificazione di qualità dovrebbe stare distante dall’acciaio. Questa sua opinione è ampiamente condivisa, con l’inciso che si debba rimanere attenti alle temperature di vinificazione, non elevate, per concentrarsi sulla cinetica di vinificazione. E la macerazione? I più sono concordi sul fatto che non debba esser eccessiva e che non debba superare i 20 giorni. Ovviamente la messa in commercio deve avvenire nei tempi giusti: le terre bianche citate come vocate sono in grado di far emergere la lunghezza e la profondità del sorso solamente con il tempo.

bottiglieAl momento degli assaggi tutto sembra più semplice e lineare: i campioni aperti hanno i caratteri qualitativi che si ritengono di riferimento. Il colore, tratto comune piuttosto evidente, si caratterizza per quella nota comunemente definita “Sangue di Lepre” (dal Bullettino del 1886). Il Refosco di qualità è vino austero, dall’olfatto caratterizzato da un timbro speziato e floreale, con un corpo ben definito e un centro-bocca che ricorda diverse tipologie di ciliegie, marasche e amarene. Se l’uva, derivante da produzioni non eccessivamente riviste al ribasso, non subisce appassimenti o surmaturazioni di sorta e la vinificazione viene effettuata senza l’ausilio dell’acciaio, allora la potenza del Refosco non prevale ma anzi emerge l’eleganza e un certo carattere fine – definito concordemente da tutti come “aristocratico” – dal finale secco, utile per l’accostamento sulla selvaggina.

Senza numeri e obiettivi produttivi si rischia però che in futuro si verifichi – sia per i vini prodotti nella zona del medio-alto Friuli, Colli Orientali del Friuli in primis, o nel bacino storico della Bassa friulana – la capitolazione della varietà. Dopo questo incontro, e dopo i numerosi e convincenti assaggi, le idee sono più chiare anche a noi: Il Friuli enologico ha un vino non noto sul quale lavorare molto e certamente in maniera megliore, ma sul quale vale la pena di scommettere senza indugi.

 

Per chi volesse approfondire i tratti storici e ampelografici del Refosco dal Peduncolo Rosso consigliamo il testo “La Vite nella storia e nella cultura del Friuli”, edizioni Forum, a cura di Enos Costantini, Claudio Mattaloni e Carlo Petrussi.