Il Piemonte di tutti i Piemontesi

piemde1Per me, Angelo Gaja è sempre un gran bel leggere e un gran bell’ascoltare. Lo dico con la stessa sincerità con cui ne scrivevo in anni (ahimè) lontani, più giovane e sfrontato, quando mi rivolgevo a lui (forte solo del fatto che non me lo sarei trovato di fronte in persona) con un impertinente “monsu” (signore, in Piemontese) Gaja.

Il suo ragionamento a proposito della revisione del sistema delle DOC piemontesi, accolto su Slowine (leggi qui la lettera di Angelo Gaja) due giorni or sono, mi trova pienamente d’accordo, su due punti in particolare: le DOC polvere non servono che al povero orgoglio di qualche politicante di provincia o a qualche assessore davvero insipiente e il Piemonte ha commesso un errore strategico nel rifiutare la IGT con il nome della regione (che invece crearono ad inizio anni Novanta Lazio, Toscana, Veneto e Sicilia, solo per citare le più capaci di volumi).

Il secondo errore è stato tanto più tragico, in quanto la rinuncia al’IGT si è accompagnata da un lato ad una DOC Piemonte incredibilmente riservata a vini prodotti in una porzione di tre province meridionali (una cosa che la dice lunga sull’idea che le denominazioni appartengano al territorio: a questa violazione del diritto di tutti gli altri Piemontesi si sarebbe posto rimedio solo nel 2010) e dall’altro ad un fiorire di di “miniDOC” con pochi ettari o al massimo decine di ettari iscritti.

Ègiunta l’epoca di razionalizzare, anche perché la sempre troppo vituperata riforma Fischer Böhl – che se non avessimo pietito, come Italiani, di continuare a sostenere l’uso di mosti concentrati, avrebbe eliminato lo zuccheraggio da vaste aree del continente, eliminando un vero e proprio fattore distorsivo della concorrenza – assegna fondi per la promozione, nel quadro dell’Organizzazione Comune del Mercato, a soggetti grandi, rappresentativi di vaste aree e numerose bottiglie.

Angelo Gaja nel suo ragionare esclude però una possibilità, che personalmente invece ritengo tutt’oggi percorribile, come ebbi a sostenere nel Comitato Viticolo Regionale, dove sedevo prima che fosse “opportunamente” normalizzato, tre anni or sono. Egli scrive: ” La cura dimagrante suggerita ridurrebbe il numero delle D.O. piemontesi dalle attuali 66 alle futuribili 23. Con il rischio di trasformare in un caravanserraglio la nuova DOP PIEMONTE che ne deriverà: con oltre 40 diverse varietà d’uva, diversissimi gli usi, costumi, tradizioni e condizioni pedo-climatiche. Ma che DOP sarebbe mai?”

Piemonte-Map-DOC-DOCG[1]Ebbene, sarebbe una DOC come la DOC Sicilia, che un DM del 22 novembre 2011 ha ridisegnato proprio in questo senso, con una zona di produzione come quella delineata dall’articolo 3 dello stesso disciplinare: ” zona di produzione delle uve destinate alla produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata “Sicilia” comprende l’intero territorio amministrativo della Regione Sicilia”. Con decine di varietà autorizzate, con limiti minimi di ceppi per ettaro e la previsione dell’irrigazione di soccorso.

Ma è poi la stessa strada che da decenni batte la Valle d’Aosta ed è questo il modello che mi pare da seguire nel Piemonte, che con la Vallé ha tante analogie: una doc, con decine di varietà di vite autorizzate e la possibilità di menzioni aggiuntive che diano conto del fatto che Chambave non è Donnas e nemmeno Morgex!

Io non fatico per nulla a pensare una DOC Piemonte cui si aggiungano come menzioni speciali quelle che oggi sono denominazioni “indipendenti” ma anche, ahinoi, ininfluenti. Lo dico, da viticoltore che rivendica la DOC Colline Saluzzesi e sarebbe orgoglioso di mettere in etichetta la seguente dizione:

Piemonte

Denominazione di Origine Controllata

Colline Saluzzesi

Questo tanto per chiarire che non parlo di Piemonte e doc minori dal comodo posto di chi dice armiamoci e partite, come qualcuno potrebbe pensare. Un grande consorzio del Piemonte con un rappresentante di ciascuna delle DOC confluite nella sua revisione, capace di veicolare il nome della regione nel mondo, tutelando le specificità che è un diritto dei produttori voler proteggere e un diritto dei consumatori conoscere, mi pare il miglior risultato possibile.

E aggiungo che sarebbe anche, finalmente, il ritorno della denominazione regionale alla dignità che la sua costruzione, con logiche bassissime oltre vent’anni fa, ha gettato nella polvere.

E sì, perché lasciando Piemonte DOC appena sopra la base della piramide (i vini da tavola), si sono create le ragioni giuridiche affinché il prodotto anche appena migliore del minimo, finisse in una doc di ricaduta “naturale” dei grandi territori vinosi (Langhe DOC e Monferrato DOC, le grandi creazioni di Rivella) lasciando al Piemonte solo produzioni di poca qualità o dai numeri assolutamente ininfluenti sulla scena planetaria (penso all’intrigante Pinot Noir di Paolo Saracco, mentre lo scrivo).

È davvero ora di ridare dignità al Piemonte, restituendone la varietà capace di un’offerta strepitosa in termini di biodiversità e iniettando nuova vivifica linfa nell’orgoglio di chi in territori quantitativamente meno significativi, del panorama viticolo regionale, sente comunque il dovere di contribuire a costruire e tramandare il patrimonio di una viticoltura originale, tenace e interessante : un progetto non troppo ambizioso, ma assolutamente necessario in tempi critici come questi.

 

Antonio Michele Fino è professore Associato di Diritto Romano presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

 

Le mappe sono state prese, nell’ordine in cui compaiono, da lavinium.com e da lasttrywines.co.uk